Category Archives: new york

Un house party per Obama

Al 192 di Dean Street, nel cuore di Brooklyn, una scritta dà il benvenuto agli ospiti: “eat, drink & beat Romney”. Sulla porta della brownstone di Laura, una delle tante casette che si affacciano sulle strette vie alberate di Boerum Hill, un cartello annuncia il raduno di “New York for Obama”. Ogni settimana sono decine, a New York e nel resto degli Stati Uniti, gli house party come quello organizzato da Laura per sostenere la campagna di Barack Obama in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre. Sette scalini separano la strada dalla porta aperta, da cui fuoriesce un confuso intreccio di voci.  Al primo dei tre piani della casa quaranta persone discutono di politica, scambiano opinioni e si raccontano le proprie vite, con in mano un piatto di insalata di riso o una lattina di Pabst Blue Ribbon, l’economica birra del Wisconsin. Come è andata la festa lo racconto su Rivista Studio.

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Soci sostenitori

Questo blog sarebbe morto in un giorno di febbraio, se non fosse stato per un centinaio di persone che, mosse da compassione o entusiasmo, hanno sfilato dai portafogli le proprie carte di credito mandandomi un aiuto enorme oltre oceano e soprattutto spedendomi in giro per l’America a inseguire repubblicani. Avevo chiesto 2.000 euro per contribuire alle spese di viaggio, mi sono stati donati 3.543,5 euro, che si sono trasformati in 4.600 dollari al netto delle spese di Paypal. Ho cercato di usarli nel modo migliore possibile, e spero che ognuno di loro sia stato contento dell’investimento. Io vi assicuro che grazie a loro mi sono divertito immensamente. Qua ci sono tutti i loro commenti. Questo e questo sono invece i post lasciati su internet da due donatori. Nel frattempo Romney si è assicurato la nomination, le mie prossime tappe saranno ora le convention di Tampa e Charlotte a fine agosto e inizio settembre. Il mio blog, in ogni caso, continuerà ad esistere.

Sono profondamente riconoscente a tutti voi, in rigoroso ordine di arrivo, che mi avete aiutato a essere una persona felice.

Marco Piattelli Palmarini, Francesco Costa, Vincenzo Fiorentini, Jacopo Cossater, Alessandro Giovannelli, Alessandro Prioni, Gianmario Mariniello, Giovanni Ganci, Jai Fournier, Luigi Cerutti, Mattia Rosi, Stefano Di Placido, Umberto Mucci, Letizia Dottorini, Daniele Bertinelli, Marta Casadei, Veronica Forcignanò, Lorenzo Marcon,  Vittorio Grechi, Antonio Polito, Mario Cenci, Filippo Galeazzi, Francesco Bufalari, Elena Guerrieri, Jacopo Gelli, Giulia Coletti, Giuliana Portoghese, Giulia D’Amato, Martina Zappia, Alberto Riva, Raffaele D’Amato, Giulio Borbon, Arianna Ciccone, Enrico Campione, Anna Guaita, Angelo Centini, Andrea Frenguelli, Pierdamiano Tomagra, Andrea Massimi, Guido Brunori, Matteo Lessi, Lucia De Stefani, Federico Soncini, Luca Ghislanzoni, Christophe Sollami, Eugenio Cervo, Mario Tedeschini Lalli, Francesco Cruciani, Claudio Severi, Nicola Flamigni, Michele Somma, Federico Cucinelli, Fabien Tepper, Regula Granger, Nicola Comelli, Ludovica Iaia, Lisa Durello, Alex Bosco, Antonia Risi, Laura Cossu, Simone Massi, Andrea Mincigrucci, Luciana Vergoni, Matteo Calabrese, Nicola Santoni, Francesco Meliota, Andrea Scantamburlo, Alberto Bellotto, Alessandro Pantano, Antonio e Cicì Zappia, Pablo Chiesa, Gaetano Di Tommaso, Lucia Corbucci, Silvio Riva, Christian Rocca, Mario Platero, Riccardo Mainetti, Vitaliquida, Martina Lucattelli, Giorgio e Marco Carlini, Thomas Diano, Francesco Piselli, Francesco Tosi, Valerio Ruggeri, Enzo Delvecchio, Francesco Mordeglia, Marco Reis, Carmine Savarese, Carola Noemi Buora, Salvatore Barresi, Antonio Preiti, Francesco Nigris, Giulia Giogli, Enrico Sola, Paolo Codega, Thomas Paggini, Giovanni Fumu, Luca Feliciani (che lo ha fatto al grido di Forza Ternana e verrà pubblicamente deriso in quanto tifoso di una squadra mediocre!), Francesca Berardi, Maria Giuliana Bianconi, Mario Lucarelli e Vincenzo Calabria.

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Hollande a New York

In un piccolo bar irlandese a un blocco da Washington Square Park, il parco su cui si affaccia la New York University, si sono radunati ieri i sostenitori di François Hollande, il neoeletto presidente francese. Il bar si chiama Murphy & Gonzalez, si trova al 21 di Waverly Place, ai margini del Greenwich Village, ed è irlandese probabilmente solo per metà, a giudicare dal nome. Dentro però sembrava di essere in Francia. Con un paio di amici ci siamo addentrati a bere una birra e respirare l’aria della Bastille, ma a differenza di Parigi, dove la giornata sembrava eccitante, a New York i festeggiamenti mi sono sembrati piuttosto sobri. Centocinquanta persone brindavano mentre i più anziani, seduti ai tavolini, mangiavano qualosa. Tutti gli sguardi erano rivolti alle televisioni appese ai muri, dove dominava il volto sorridente da funzionario di Hollande e da cui pendevano i cartelli con la scritta rossa e blu “Le changement c’est maintenant, François Hollande 2012”. Il brusio dei commenti in francese sovrastava le voci della televisione, ma cessava di colpo quando sullo schermo apparivano di volta in volta Yannick Noah, applauditissimo, Nicolas Sarkozy, accolto dagli ululati, e Marine Le Pen, a cui sono stati rivolti sonori booo all’americana. “Get out of here”, gli ha urlato un uomo da dietro di me. Quando Hollande è salito sul palco per il suo primo discorso da presidente è stato accolto da un boato, qualche canto e poi un silenzio surreale. Mentre parlava si sentivano solo le urla in sottofondo che arrivavano da Parigi. Le finestre del bar erano aperte e affolate da persone che dalla strada cercavano di seguire il discorso. Poi, all’improvviso, un urlo ha sovrastato le ultime parole di Hollande. Più che di gioia ho avuto però l’impressione che fosse un grido di liberazione.

E’ stata una festa sobria. Cinque anni fa però ero a Parigi con gli Sponk Studios. Era finita così.

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Sono tornato

Sono tornato a New York, tre giorni fa. Lunedí tornerò anche a scrivere sul blog con regolarità. È stato un mese di riflessione, passato in Italia a fare il visto. Nel frattempo le primarie sono finite. Santorum e Gingrich si sono ritirati mentre Paul è ancora in gara. Quest’anno poi si ritirerà dalla Camera dei deputati, a 77 anni è tempo di andare in pensione. Il mio amico Gary Johnson, l’ex governatore del New Mexico con cui feci una lunga corsa in taxi da East Village e Times Square a ottobre per intervistarlo, ha ricevuto oggi alla convention dei libertari la nomination del partito e a novembre sfiderà, senza nessuna speranza, Obama e Romney. Proprio il presidente ha cominciato oggi ufficialmente la sua campagna elettorale con due rally in Ohio e Virginia. Appena sarà nei paraggi andrò a vederlo, e potrò scriverne di più. Sempre oggi il cavallo I’ll have another ha vinto il Kentucky Derby sprintando sul finale. La buona notizia, comunque, è che sono tornato. E non vedevo l’ora.

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Torno subito

In questi giorni a New York ho deciso di non scrivere nulla. Ero un po’ stanco. Ora sto andando all’aeroporto, fra due ore parto per Parigi e giovedí sarò in Italia, dove resterò fino al 22. Nei prossimi giorni arriveranno comunque altri racconti, nuove foto e nuovi post. A cominciare dalle menzioni promesse e dalla lista delle spese! Ciao a tutti!

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Quattro giorni dopo, a New York

A New York è un inverno atipico. Sono dieci piacevoli gradi e il sole si riflette sui grattacieli tutto intorno a me. Sono al trentestimo piano di un palazzo sulla 5th avenue, in quello che una volta era il mio ufficio e in cui spesso vado a cercare ospitalità. Sembra di essere sospesi in aria, a cento metri da terra, e se ti stendi vicino alle grandi vetrate sembra quasi di volare. Quando cala la sera, in basso, molto in basso, vedi le luci delle auto, gialle sulla 52nd street e rosse sulla 53rd. Ognuna col suo senso di marcia. Sui marciapiedi di Midtwon ci sono fiumi di turisti, per lo più italiani, francesi e spagnoli, e uomini d’affari in moto perpetuo. Dalla strada ogni tanto salgono i clacson o le sirene di polizia e pompieri, per il resto qua dentro ci sono solo le voci della Cnn e il fitto rumore di tastiera prodotto da tutti i miei amici di America24. Ognuno ha il suo ritmo, la sua intensità e la sua delicatezza di battuta. Sono passati quattro giorni da quando ho scritto il mio ultimo post, chiedendo aiuto per continuare questo viaggio. Da lunedì a oggi mi è arrivato ogni tipo di sostegno, a parole ed economico, e ho raggiunto l’incredibile cifra di 2.800,5 euro, che tolte le commissioni mangiate da Paypal sono comunque 2.673,23 euro. A farmi più piacere, ovviamente, sono state le parole d’incoraggiamento ricevute via Twitter, Facebook, email o qua, su Kapipal. Tutti questi amici saranno poi ringraziati in una pagina apposita, alla fine della raccolta fondi. Il mio viaggio dunque riprenderà fra poco più di una settimana in Michigan, dove Santorum ha scavalcato nei sondaggi Romney, che perdendo nello Stato dove il padre fu un celebre governatore negli anni sessanta subirebbe un durissimo colpo. Ho sentito parlare di Detroit come una città fantasma, abbandonata dall’industria automobilistica e dagli abitanti. Un anno fa ho visto queste foto incredibili tratte dal libro The ruins of Detroit, che mi hanno incuriosito. Proprio mentre i candidati repubblicani a caccia di consensi vendono nostalgia, come spiegava oggi Politico, ricordando i bei tempi del boom automobilistico e del padre governatore di uno stato prosperoso (Romney) o rammentando le umili origine operaie (Santorum), l’industria dell’auto capitanata da General Motors ha riportato però ottimi risultati trimestrali e annuali. La settimana prossima andrò finalmente a vedere di persona come stanno le cose.

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Casa dolce casa

A New York c’è il sole e ho la finestra aperta. Nell’aria c’è il solito ululato costante dei condizionatori infilati nelle finestre e proprio mentre ascolto la città passa la più classica delle sirene della polizia. Il cantiere della metropolitana di 2nd avenue produce i soliti rumori di sega elettrica e stasera, verso le sette, ci saranno le quattro sirene che annunceranno l’esplosione di tritolo giornaliera necessaria per scavare il tunnel. Il traffico si fermerà tre minuti, poi riprenderà a scorrere verso sud, verso downtown. Di fronte al cantiere, all’angolo della 69th street, c’è il cinese da cui generalmente prendo le birre o un pacchetto di patatine. E dove, fino a un anno fa, spendevo 13 dollari per comprare un pacchetto di sigarette. Sorride sempre ed è aperto sempre. Ieri sera alla fine mi sono addormentato sul divano, forse per nostalgia di questo splendido viaggio appena finito. E le prossime tappe, purtroppo, mi sa che saltano. Sabato vota il Maine, poi il 28 Arizona e Michigan. Il 6 marzo ci sarà il Super Tuesday e si voterà in tredici stati. A giudicare dal mio conto in banca americano, quello ricco, ho l’impressione però che guarderò un sacco di Cnn in quei giorni.

Prima di rinunciare però trovo il modo di versare cinque dollari per pareggiare il conto, valuto un Kickstarter per finanziare il viaggio e cerco un impiego illegale come cameriere. Chissà che alla fine non ne venga fuori un’altra bella storia.

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