L’uomo con la svastica sul ginocchio

Mentre l’autobus risale la Florida diretto ad Atlanta, dove cambieremo alle 3.30 di mattina, conto i soldi che ho speso durante la convention di Tampa. Sono 389 dollari, compreso l’aereo, la benzina per il pickup e i pasti. Anche questa volta è andata bene. La strada è larga e sempre dritta, con grandi pompe di benzina, tante chiese con prati impeccabili, negozietti con insegne al neon e meccanici con le saracinesche abbassate. La strada resta identica fino a Orlando, dove ci fermiamo per un’ora. Quando ripartiamo è già calato il sole. Mi attede una lunga notte, l’arrivo a Charlotte è previsto per le 9.30 di mattina. Il pullman è comodo e abbastanza pulito, con i sedili in pelle e le prese per l’elettricità. È abbastanza popolato, ma quasi tutti hanno a disposizione due sedili che saranno preziosi per dormire un po’ meglio durante la notte. Un uomo di cinquant’anni con la pelle da fumatore bruciata dal sole, gli occhiali a specchio appoggiati alla visiera del cappello e una svastica tatuata male su un ginocchio, appena sotto i pantaloncini jeans, è seduto appena dietro di me, sull’altra fila. Nell’autobus c’è un odore acre di mozzicone di sigaretta. Immagino che più di una persona abbia spento la sigaretta che stava fumando a Orlando e abbia infilato il mozzicone nel pacchetto, per finirlo più avanti. Un pensionato ha grandi occhiali di plastica dalle lenti spesse, appoggiati su un naso imponente. Ha una camicia di flanella a scacchi verdi e bianchi allacciata fino al penultimo bottone con le tasche stracolme di oggetti. Ci sono un’agendina, la custodia degli occhiali, alcuni fogli e qualche penna. Ha i jeans piuttosto stretti, i capelli radi, ma lunghi e pettinati, e l’aria di chi ha una missione da portare a termine. Guarda fisso davanti a sé, ogni tanto parla con qualcuno, ma resta assorto nei suoi pensieri. In fondo al pullman c’è un giovane padre con tre figli e l’aria da sfollato. Sulla sua maglietta nera c’è una grande scritta bianca. “His name is Jesus”. Tiene in braccio il figlio più piccolo, appena nato, mentre la moglie intrattiene i due più grandi, che avranno cinque e sei anni. Poco distante riposa un signore afroamericano, con gli occhi chiusi, le mani in grembo e una bibbia poggiata sulle ginocchia unite. Davanti a me c’è un ragazzo giovane avvolto in un parka, cappuccio compreso. Suda, e sulla sua mano destra, fra pollice e indice, vedo spuntare un simbolo della pace tatuato. Mi addormento, esausto. Mi risveglia la brusca curva dell’autobus mentre l’autista svolta per entrare alla stazione del Greyhound di Atlanta. Sono le 3.30 del mattino, la parte peggiore del viaggio è passata e quasi non me ne sono accorto.

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Filed under convention, viaggio

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