Monthly Archives: September 2012

Momenti per cui vale la pena essere qua

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L’uomo con la svastica sul ginocchio

Mentre l’autobus risale la Florida diretto ad Atlanta, dove cambieremo alle 3.30 di mattina, conto i soldi che ho speso durante la convention di Tampa. Sono 389 dollari, compreso l’aereo, la benzina per il pickup e i pasti. Anche questa volta è andata bene. La strada è larga e sempre dritta, con grandi pompe di benzina, tante chiese con prati impeccabili, negozietti con insegne al neon e meccanici con le saracinesche abbassate. La strada resta identica fino a Orlando, dove ci fermiamo per un’ora. Quando ripartiamo è già calato il sole. Mi attede una lunga notte, l’arrivo a Charlotte è previsto per le 9.30 di mattina. Il pullman è comodo e abbastanza pulito, con i sedili in pelle e le prese per l’elettricità. È abbastanza popolato, ma quasi tutti hanno a disposizione due sedili che saranno preziosi per dormire un po’ meglio durante la notte. Un uomo di cinquant’anni con la pelle da fumatore bruciata dal sole, gli occhiali a specchio appoggiati alla visiera del cappello e una svastica tatuata male su un ginocchio, appena sotto i pantaloncini jeans, è seduto appena dietro di me, sull’altra fila. Nell’autobus c’è un odore acre di mozzicone di sigaretta. Immagino che più di una persona abbia spento la sigaretta che stava fumando a Orlando e abbia infilato il mozzicone nel pacchetto, per finirlo più avanti. Un pensionato ha grandi occhiali di plastica dalle lenti spesse, appoggiati su un naso imponente. Ha una camicia di flanella a scacchi verdi e bianchi allacciata fino al penultimo bottone con le tasche stracolme di oggetti. Ci sono un’agendina, la custodia degli occhiali, alcuni fogli e qualche penna. Ha i jeans piuttosto stretti, i capelli radi, ma lunghi e pettinati, e l’aria di chi ha una missione da portare a termine. Guarda fisso davanti a sé, ogni tanto parla con qualcuno, ma resta assorto nei suoi pensieri. In fondo al pullman c’è un giovane padre con tre figli e l’aria da sfollato. Sulla sua maglietta nera c’è una grande scritta bianca. “His name is Jesus”. Tiene in braccio il figlio più piccolo, appena nato, mentre la moglie intrattiene i due più grandi, che avranno cinque e sei anni. Poco distante riposa un signore afroamericano, con gli occhi chiusi, le mani in grembo e una bibbia poggiata sulle ginocchia unite. Davanti a me c’è un ragazzo giovane avvolto in un parka, cappuccio compreso. Suda, e sulla sua mano destra, fra pollice e indice, vedo spuntare un simbolo della pace tatuato. Mi addormento, esausto. Mi risveglia la brusca curva dell’autobus mentre l’autista svolta per entrare alla stazione del Greyhound di Atlanta. Sono le 3.30 del mattino, la parte peggiore del viaggio è passata e quasi non me ne sono accorto.

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Incontri pomeridiani alla stazione di Tampa

“Mio nonno faceva parte della mano nera”, mi dice Jaffron mentre aspetto di imbarcarmi sul pullman per Charlotte. Siamo alla stazione di Tampa, lui è ubriaco e trascina ogni parola come fosse un pesante sacco della spazzatura. Ha meno di trent’anni, i denti marci ma un aspetto piuttosto pulito per essere ubriaco di pomeriggio in una stazione dell’autobus a centinaia di chilometri da casa. È di upstate New York, e in tasca non ha un soldo. Quando gli dico che sono italiano mi rivela le sue origini, e quelle del nonno mafioso. “E’ stato rimpatriato forzatamente in Sicilia, aveva ucciso un uomo”, mi dice. “Non è più tornato”. Jaffron sta cercando di imbucarsi in un qualsiasi pullman che vada via da Tampa, ma qua non sa dirmi come c’è arrivato. Vicino a noi c’è Philip, un ragazzo enorme e biondo, con in testa un cappellino di lana bordeaux nonostante ci siano 35 gradi. Sorride pacificamente. “Vado nella California del nord”, annuncia senza che nessuno glie lo abbia chiesto. “In pullman. È la cosa più folle che abbia mai fatto in vita mia, ma sento che è la decisione giusta”. Philip è di Naples, un po’ più a sud, e fino a poco tempo fa vendeva gioielli. Ora vuole solo essere felice. “È il mio unico obiettivo giornaliero”, afferma. “Naples un posto terribilmente noioso e conservatore”, dice della sua città con un gesto della mano e una smorfia schifata. “Sarebbe bello poter venire da un posto esotico, come l’Italia”, mi dice sognante. Jaffron nel frattempo perde interesse. Forse ha un attacco di nausea. Philip mi chiede come sono finito a Tampa. Gli spiego della convention. “E cosa succede a queste convention”, mi domanda. Non ha la più pallida idea di cosa stia parlando. Lui sta partendo per un ritiro spirituale vicino San Francisco, con un gruppo di cui non capisco il nome. Una volta arrivato in autobus a San Francisco, e ci vorranno tre giorni, dovrà trovare un passaggio verso nord, risalendo la California per almeno un’ora. Con sè ha solo una piccola borsetta di tela. “È la cosa più folle che abbia mai fatto”, mi ripete prima di alzarsi verso il gate con la scritta all points west ogni destinazione verso ovest, “ma devo andare a esplorare la mia spiritualità”.

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Qualche parola di fine convention

Per andare da casa di Alex al Tampa Bay Times Forum basta svoltare quattro volte, ma bisogna guidare mezz’ora. Sono trenta minuti di costruzioni basse, chiese austere, motel diroccati con il neon gracchiante, grandi catene di fast food e farmacie, un 7eleven e poi di un ponte lungo e a pelo d’acqua che attraversa la baia fino al centro di Tampa e della convention repubblicana. L’area vicino all’aeroporto somiglia vagamemte alla periferia di Las Vegas, quella piccola parte della città compresa fra la strip e il deserto. Tampa, a quanto pare, è la capitale degli stripclub. Lungo i viali se ne vedono tantissimi, ognuno con le offerte del giorno: il lunedì dei militari, il martedì dei marinai e così via. Il centro è di cemento, grattacieli, uffici e alberghi. Intorno alla convention non si vedono ristoranti né negozi. È un centro spoglio e scarsamente popolato, anche perchè la polizia ha recintato tutta la zona. Di polizia ce n’era tantissima, fra agenti in tenuta antisommossa e armati fino ai denti e state trooper in divisa kakhi da boy scout e bicicletta che si muovono in mandrie agli ordini di un comandante da commedia anni ottanta. Con i baffetti. La convention è un mondo a parte, un aeroporto dove si resta intrappolati per giorni interi. I controlli all’ingresso sono gli stessi, la sensazione anche. Si vive in attesa di qualcosa e si inganna il tempo scrivendo articoli, parlando al telefono o stando sull’iPad. Sembra il purgatorio dei giornalisti. In centro, fra domenica e giovedì, erano più degli abitanti. Eravamo almeno 10.000, tutti raccolti nella sala stampa infilata nello stesso convention center dove a fine gennaio Romney aveva organizzato la sua election night dopo le primarie della Florida. Il Tampa Bay Times Forum, il palasport dove si tiene la convention, è distante appena cinque minuti a piedi all’interno di un percorso recintato e iperaffollato. La convention è stata un po’ fiacca, forse anche per adattarsi ai tempi non proprio da comico di cabaret di Mitt Romney, che però è stato molto più bravo del solito. I discorsi che hanno ricevuto più applausi sono stati i due prima del suo: quello di Marco Rubio, straordinario, e quello di Clint Eastwood, bocciato però dalla critica giornalistica che lo ha definito compatta un vecchio rimbambito che parla con una sedia vuota. A chi doveva piacere, comunque, è piaciuto. Delegati di ogni stato e territorio, c’erano anche le Marianne Settentrionali, erano seduti in sedie disposte a spicchio che convergevano verso il palco. Alcuni stati avevano indumenti a tema. I texani indossavano grandi cappelli da cowboy, i delegati del Montana giacchetti di jeans senza maniche con il nome dello stato e quelli della West Virginia elmetti neri da minatore per ricordate le 29 vittime della tragedia nella cava di Upper Big Branch, dell’aprile 2010. Quelli di Portorico avevano cappelli di paia fatti a mano e alla fine del penultimo giorno ne ho trovata una busta piena e abbandonata. Ora anche io ho un cappello di paia fatto a mano, che mi sto portando fino a Charlotte.

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