New Orleans e lo speaker Gingrich a Tulane

A New Orleans si può bere in strada, e già questo basterebbe a renderla una città più felice e libera. Poi salgo sulla street car, il loro tram, e mi imbatto in un ragazzo afroamericano che tira fuori il sassofono e inizia a suonare scatenando l’entusiasmo dei passeggeri e del conducente, che lo aveva istigato a suonare e poi si propone come agente. C’è aria di festa in questa città, le persone sono rilassate e sorridenti e sembra sempre un sabato primaverile. Probabilmente anche perchè sono qua durante un weekend di primavera. In strada è facile incrociare ubriachi con il volto pallido che barcollano. Il cibo è fritto, piccante e delizioso. Alex mi racconta che una volta suo nonno diede uno dei primi lavori a Newt Gingrich, in un piccolo college della Georgia, e non ne va particolarmente fiero, essendo la sua una famiglia liberal. Alex ha vent’anni, è al terzo anno d’università e studia public health. È molto brava, oltre a essere particolarmente sportiva. Gioca anche a calcio, particolare che le farà guadagnare una lode quando le lascerò il mio giudizio sul sito di couch surfing. Anche Martina gioca a calcio e una volta abbiamo battuto in coppia due nostri amici su una spiaggia di Favignana. Ad ogni modo Alex, che è veramente simpatica e alla mano, ha anche un programma alla radio di Tulane, dove suona musica indie. La settimana scorsa ha lasciato Noah, il suo ragazzo venticinquenne. “Ho solo vent’anni, mi devo concentrare sullo studio”, mi spiega già visibilmente ubriaca prima di uscire di casa, con in mano un bicchiere di gin e roba rossa. New Orleans è tutta portici, dondoli, colonne, balconi e ferro battuto. Prati verdissimi e alberi robusti e rigogliosi. È una città pacifica e speciale. In giro però non si respira aria di voto, sembra che gli elettori siano tutti nascosti in sottoscala male illuminati, come carbonari. Stamattina però è passato un camion dei pompieri con a bordo una famiglia che chiedeva di votare per Stacey Head. Non ho idea di chi sia. Sul retro del camion un dodicenne tremendamente annoiato teneva in mano una bandierina elettorale, mentre la madre parlava al megafono, sembrando più l’arrotino del paese che altro. In giro ho visto solo due cartelli di Gingrich piantati nei giardini, di cui uno, rovesciato dal vento peraltro lieve, marciva nel fango. Un po’ come la candidatura dello speaker, che nonostante abbia il maggior senso dell’umorismo fra i politici in gara, ha ormai i giorni contati. Il comizio di venerdí all’università di Tulane, in una platea di studenti liberal, se l’è giocato benone, era affabile e sembrava un nonno che aveva studiato a Tulane quaranta anni prima e ricordava i bei tempi andati. Gingrich qua ha ottenuto un master e un dottorato in Storia dell’Europa moderna, fra il 1968 e il 1971. Ha anche vissuto a Bruxelles per sei mesi, durante quel periodo, per fare ricerca sulle politiche educative del Belgio in Congo fra il 1945 e il 1960. Anche quando è di buon umore , guardandolo ho sempre l’impressione che possa tirare fuori qualche diavoleria da un momento all’altro. E infatti quando comincia a parlare di politiche energetiche il suo sguardo diventa malefico, e me lo immagino ridere diabolicamente mentre saltella su una trivella bucherellando tutto il paese alla ricerca di petrolio. A differenza di Santorum, che è più permaloso, Gingrich incassa però le prese in giro con un savoir faire da attore consumato. Come quando una ragazza gli ha chiesto quanto importante è stata l’educazione ricevuta a Tulane per raggiungere la presidenza della Camera. E lui ci ha giocato su, guadagnandosi l’affetto di una platea per lo più ostile.

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