L’arrivo a New Orleans

Mentre continuiamo a scendere verso New Orleans sulla Highway 61, incrociamo decine di scuolabus gialli arrugginiti e il campo da football di un liceo, spelacchiato e con una tribunetta di metallo. Quando ci fermiamo alla stazione di Greenville noto fra le valigie un vecchio schedario con la maniglia, che mi fa sorridere. Poi ripartiamo e prima di Port Gibson spuntano le prime belle case coloniali ai lati della strada, su cui si allunga l’ombra degli alberi che ritmicamente appaiono e scompaiono nei finestrini. Tornano i grandi prati di un verde intenso e luminoso, la strada si restringe e iniziamo a seguire la doppia striscia gialla che separa le due corsie. Ci sono leggere colline, case nascoste e isolate pompe di benzina, poi le prima staccionate con mucche e cavalli e un laghetto artificiale. La strada torna a quattro corsie, con i due lati della carreggiata divisi da un grosso prato come in tutto il resto d’America, credo per evitare incidenti frontali. Nei centri abitati che incontriamo ci sono edifici bassi in mattoni, casette di legno e grandi storage con decine di saracinesche, oltre a qualche negozio di ciambelle e ai soliti McDonald’s. L’autista ha bisogno di sfoggiare sui poveri passeggeri un’autorità che probabilmente in casa sua non gli riconoscono e ci impedisce di scendere a sgranchire le gambe per i cinque minuti in cui l’autobus è fermo alle vare stazioni. A un certo punto si ferma anche a comprare pollo fritto per sè a una stazione di servizio, chiudendosi la porta alle spalle per non farci uscire. La prendiamo con ironia. Mentre il sole cala nuovamente, una pioggerellina leggera inizia a graffiare i finestrini, sfumando il paesaggio. Sull’ultimo autobus, da Baton Rouge a New Orleans, cominciano le risate rauche e i racconti di viaggio, soprattutto quando ci fermiamo per mezz’ora a una stazione di servizio per un problema tecnico. È scomparsa una valigia da un altro pullman e stanno venendo a recuperarla sul nostro. Aspettiamo quaranta minuti, dopo 24 ore di viaggio. Ripartiamo. L’uomo dietro di me ha cinquant’anni, le braccia bianchiccie e tatuate, le stampelle e una benda nera da pirata sull’occhio destro. Ha una risata da alcolizzato ed emana effettivamente odore di whiskey. Racconta che due giorni fa, nei sobborghi di Chicago, gli si è avvicinato un ragazzo offrendogli eroina. Il modo in cui lo racconta fa piegare dalle risate tutto il retro del pullman, dove c’è un inusuale affiatamento fra razze. Stanchi del viaggio, bianchi, afroamericani, filippini e messicani si divertono tutti insieme, prendendo in giro l’autista del pullman precedente. Nell’oscurità intanto appaiono le paludi del delta del Mississippi, e le battute continuano, insieme alle risate esauste. Siamo in parecchi ad arrivare da Chicago o da Memphis. Entriamo a New Orleans, con la pioggia che si è trasformata nel frattempo in una tempesta. Superiamo lo stadio del football e il palazzetto del basket, dove si gioca un’importante partita di college. Per questo motivo alla stazione del Greyhound non ci sono taxi, ma duecento persone che aspettano in fila. Arriva un taxi alla volta. Hanna, una studentessa svedese in vacanza per qualche giorno, mi propone di andarne a cercare uno altrove. Sono le 9.30 di sera, e non vedevo una pioggia cosí dal 14 maggio del 2000, giorno di uno storico quanto fradicio Perugia-Juventus. Ci mettiamo alla ricerca di un taxi quattro isolati più in là, ma tutti quelli che vediamo non si fermano, lasciandoci fradici sotto la pioggia, senza pieta. Il cielo è grigio e viola, i lampi sembrano frustate e i tuoni sembrano più che altro bombe a mano. Alla fine si ferma un ragazzo africano. Portiamo Hanna a destinazione, poi arriviamo a casa di Alex. E’ tutto buio. La porta è aperta. Entro per ripararmi. “C’è nessuno?”, urlo. Nessuna risposta. Poi sento rumore di tacchi al piano di sopra, scendono le scale e mi ritrovo davanti due ragazze. “Cerco Alex”, spiego. “Ah, sei il couchsurfer”, mi dicono. “Non c’è”, e mentre lo dicono Alex spalanca la porta, illuminata dai lampi. Non c’è elettricità. Ci presentiamo al buio, poi accendiamo decine di candele in casa. L’eletricità tornerà solo nel cuore della notte, quando mi sveglierò per fare una telefonata di cui non vado per nulla fiero.

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1 Comment

Filed under viaggio

One response to “L’arrivo a New Orleans

  1. francmel

    “mentre lo dicono Alex spalanca la porta, illuminata dai lampi.”

    Sembra una scena da film horror,ci mancava solo la parucca da donna e un coltelaccio 🙂

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