La vittoria di Romney e la taverna di Billy Goat

Uno dei motivi per cui voglio bene a questo paese è anche che, mentre stai cercando di risolvere una situazione complicata in uno Starbucks di Michigan Avenue, a Chicago, partono in rapida successione alla radio This Charming Man degli Smiths e New Slang degli Shins. Questi sono quotidiani contributi al buon umore e in qualche modo uno stimolo a fare meglio. Quello in cui mi trovo è il primo Starbucks con le porte girevoli che incontro in America, e immagino che sia dovuto al vento gelido che in inverno arriva dal lago Michigan, qua di fronte. Anche oggi che erano 25 gradi e Chicago era di una bellezza straordinaria, in riva al lago c’era una brezza rigida. Non oso pensare all’inverno. Chicago però, complice il sole, mi ha colpito profondamente. E’ bella e americana come lo era New York prima che l’euro catapultasse a Manhattan milioni di europei. Ho l’impressione che questa città sia una piccola America, con i suoi ponti d’acciaio, con la metropolitana sopraelevata che corre fra i palazzi e con una middle class sterminata, almeno a downtown. La situazione che cercavo di risolvere nello Starbucks era, come detto, piuttosto complicata. Volevo raggiugere Schaumburg, cittadina a 45 minuti da Chicago dove Mitt Romney ha organizzato la sua election night. Schaumburg, a quanto pare, non è collegata a Chicago da nessun autobus o treno, il taxi costa 70 dollari e per arrivarci a piedi ci vogliono nove ore, secondo Google Maps. È stato per questo che alla fine ho desistito e sono andato a rintanarmi da Billy Goat Tavern, celebre e spartano locale di Chicago ritrovo di politici, giornalisti e alcolizzati, a due passi dalla sede del Chicago Tribune. Billy Goat si trova su una strada sottorranea, che passa sotto Michigan Avenue. Per entrare si scendono altre scale e ti ritrovi davanti alla cucina aperte nel mezzo del locale. Sul lato c’è il bancone a L, dove servono birra della casa, liquori, sigarette e caramelle, tutto il necessario per non dover più uscire di qua fino a notte fonda. Aperto nel 1937 da Billy Sianis, un immigrato greco, il locale divenne famoso nel 1944, quando durante la convention repubblicana che si teneva a Chicago il proprietario affisse un cartello con scritto “no republicans allowed”, vietato l’ingresso ai repubblicani. I quali ovviamente riempirono il locale per mangiare gli hamburger e il grilled cheese di Sianis. L’anno seguente, il 1945, Sianis si presentò a Wrigley Field, stadio dei Cubs, con un giovane capretto, mascotte del locale. Si disputavano le World Series, le finali del baseball. Sianis fu allontanato a causa del cattivo odore dell’animale, e la leggenda vuole che lanciò una maledizione sulla squadra, che non disputò mai più una finale. Billy Goat è diventato però celebre grazie soprattutto a Mike Royko, leggendario columnist del Chicago Sun Times, giornale da cui si licenziò nel 1984 dopo che Murdoch ne aveva acquisito la proprietà, per passare ai rivali del Tribune. Royko scriveva una column quotidiana che spesso ambientava fra i tavoli o al bancone di Billy Goat e nel 1972 vinse il Pulitzer. Era dotato di una profonda e brillante ironia, come testimoniano anche alcuni dei suoi articoli appesi alle pareti di legno del locale. In uno per esempio racconta la storia di quando il nipote di Sianis, che nel frattempo aveva ereditato il bar, ritornò in Grecia per sposarsi e rimase intrappolato nella rivolta degli studenti del politecnico di Atene, che si ribellavano alla dittatura dei colonnelli. In un altro un tassista chiamato da Sianis per accompagnare in albergo un senatore del sud in città per affari finì per ubriacarsi con gli amici del politico al bancone di Billy Goat. Alla chiusura del locale si sedette sul sedile posteriore del suo taxi urlando “andiamo” e a riaccompagnarlo a casa fu il senatore, anche lui ubriaco, fra le risate dei clienti. E’ stato qua che ho aspettato i risultati, davanti a un cheeseburger e due birre. Alla fine Romney ha vinto, e a quanto pare gli si è rotto il teleprompter nel mezzo del discorso. Avrei voluto esserci. L’ex governatore del Massachusetts ha raggiunto quota 562 delegati, ed è ora quasi a metà dei 1.144 necessari per ottenere la nomination. Santorum invece ha perso e vede la nomination sempre più lontana. Per Romney è quasi fatta, come scrive anche Nate Silver sul New York Times. “L’unico vero dubbio è che si possa sconfiggere da solo”, dice Silver. Intanto però si è preso anche l’ambito endorsement di Jeb Bush, figlio e fratello d’arte, proprio mentre festeggiava il suo 43esimo anniversario di matrimonio con la moglie Ann. Santorum probabilmente vincerà in Louisiana sabato, ma la grande sfida sarà in Pennsylvania il prossimo 24 aprile, dove l’ex senatore gioca in casa ma subì una dura batosta alle elezioni di metà mandato del 2006. In questo mese che separa la Louisiana dalla Pennsylvania non mi sorprenderebbe un ritiro di Gingrich, che in Illinois è arrigato addirittura quarto dietro a Ron Paul.

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