Il Greyhound e lo stalker del Connecticut

Eccoci di nuovo, in un Greyhound sgangherato, con i sedili spaccati, nessuna presa elettrica e un odore d’erba che così nitido non si sente neanche nei coffee shop di Amsterdam. Contravvenendo a una regola che m’ero imposto a febbraio appena arrivato a Denver, e cioè limitare il pullman a viaggi inferiori alle dieci ore, ieri pomeriggio ho prenotato un posto sull’autobus che da Chicago arriva fino in fondo all’America. Costava un terzo rispetto all’aereo. In mezzo ci fermeremo solo a Memphis per tre utili ore all’alba, per poi ripartire verso Baton Rouge e infine New Orleans. Dopo 24 ore, domani sera alle 9 arriverò a casa di Alex, la ragazza che mi ospita e che mi ha risposto su Couch Surfing dicendomi “sure thing”, le stesse identiche due parole che aveva usato J. quando mi ospitò a Columbus. A proposito di J, due giorni fa mi ha telefonato per salutarmi. Aveva perso il mio numero, o meglio, aveva rotto il telefono facendolo rotolare in un piatto di cibo messicano. Poi ha ritrovato il numero appuntato da qualche parte e mi ha chiamato per sapere come stavo e come andava il viaggio. Ero appena atterrato a Chicago, e stavo cercando di uscire dall’aeroporto. Abbiamo parlato venti minuti, mi ha fatto ridere dopo un viaggio di ritardi e turbolenze, poi sono salito sul taxi di un cinese con i capelli lunghi che masticava una gomma rumorosamente. Non ricevo molte chiamate, normalmente. Pochi istanti dopo il telefono ha squillato di nuovo, ma stavolta era Jimmy, un cinquantenne del Connecticut con lunghi capelli ricci e la faccia da rocker di provincia degli anni settanta. Jimmy l’avevo conosciuto in treno poco prima di Natale. Ero di ritorno da New Haven per un’intervista che poi non sono riuscito a vendere, quando il treno si fermò per oltre mezz’ora. “Sei un artista?”, mi chiese Jimmy, che era fermo in mezzo al vagone con la sua bicicletta. “Mmm, no”, gli risposi dopo aver riflettuto due o tre secondi, distolto improvvisamente dal libro che stavo leggendo. Jimmy aveva un paio di jeans, scarpe da ginnastica e un giacchetto pesante. Mi fece capire di essere un assiduo fumatore d’erba, un timido ma perseverante suonatore di chitarra e un amante dei cani. Dopo avermi fatto un sacco di domande e avermi chiesto se gli mostravo una foto di Martina (avrei dovuto capirlo, lo so), Jimmy scese alla fermata successiva. Un attimo prima mi chiese un biglietto da visita. Mi ero completamente dimenticato della sua esistenza, almeno fino a quando non mi chiamò per farmi gli auguri di buon anno a mezzanotte in punto, a capodanno. A nome suo e di Shadow, il cane. Era un numero del Connecticut, ma mentre rispondevo a tutti avrei pensato meno che all’uomo del treno. Jimmy mi preannunciò anche il suo arrivo a New York nei giorni seguenti. Il giorno dopo, per fortuna, avrei iniziato questo viaggio, partivo per Des Moines, e riuscii a svincolarmi con insospettabile destrezza e senza mentire, nonostante i riflessi rallentati dal vino rosso che avevamo comprato per la cena. Da allora Jimmy mi ha chiamato ogni due giorni per due settimane, poi ogni settimana per un mese. Ora chiama una volta al mese. Intimorito, accolgo le sue chiamate strabuzzando gli occhi per scherzare con me stesso. Non ho più risposto, neanche ai messaggi che mi ha mandato per un po’. Una cosa l’ho imparata. Ogni volta penso che devo fare un po’ d’attenzione nel distribuire biglietti da visita, ma li avevo fatti da neanche una settimana dopo aver rimandato anni, e quel giorno ero persino contento di averne usato uno.

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