Svegliarsi a Chicago

Chicago è una meraviglia industriale di ciminere, binari arrugginiti e grattacieli sullo sfondo. È anche uno di quei luoghi che ti fa rimpiangere di non aver fatto un corso di fotografia almeno una volta nella tua vita. Un amico mi ha lasciato con generosità il suo letto nel South Side, mentre lui se è andato in Texas. Oltre a farmi perdere il comizio di Romney, Us Airways mi ha anche impedito di offrirgli la birra che gli dovevo da tempo. È stato infatti parlando con lui che mi s’inchiodò nella testa l’idea di fare couchsurfing per continuare a raccotare questa storia. È mattina e non mi sono ancora addentrato fra i grattacieli di downtown che spuntano fra i palazzi e oltre i cavalcavia, scintillanti di questo splendido sole primaverile. Mi sto avvicinando lentamente, camminando, travolto da nuvole di polvere che ogni tanto si alzano dai cantieri lungo la ferrovia. Ci sono tantissime vecchie palazzine di mattoncini rossi, e in mezzo un palazzone marrone che sembra un container, con i piccoli balconi che pendono sospesi da tiranti d’acciaio. Ne conto otto affacciati sul cortile interno, tutti con un barbecue, a volte coperto e altre no. Lungo la strada, quasi totalmente deserta, sventolano le bandiere americane, di cui una con appena una trentina di stelle. Ieri sera, appena arrivato, ho assistito a un’infuocata partita di basket in notturna e senza spettatori, che si disputava sul playground della chiesa davanti a casa. Chicago, come Detroit, credo ne abbia parecchie, probabilmente dovute agli immigrati europei giunti qua fra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento per lavorare nelle fabbriche. Ho camminato fra vicoli deserti, nella cui oscurità risuonavano solo i miei passi e la mia ombra si muoveva solitaria allungandosi e rimpicciolendosi vicino ai lampioni gialli. Ho incrociato qualche messicano che parlava a malapena inglese o non lo parlava per niente, e qualche barbone curvo e titubante. Ho visto un uomo con un impermeabile di pelle scomparire in uno dei vicoli, dietro ai cumuli di spazzatura di un ristorante, e un vecchio negozio di liquori tutto in legno, con un retrobottega pieno di segatura e bottiglie d’alcol che si intravedeva dalla strada, dove nel frattempo passavano ragazzi con lo skateboard. Mi piace Chicago. Questa è la città del vento, la terza più popolosa d’America, ed è in qualche modo una città di mare, affacciata sul lago Michigan, che è semplicemente sterminato. È stata la città dei gangster, di Al Capone, degli intoccabili, dei Bulls, di Michael Jordan e Scottie Pippen. Ora però è soprattutto la città di Barack Obama.

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