Il carro bestiame a San Juan

C’è stato solo un momento nella mia vita in cui sono stato totalmente solidale con Peta, l’associazione che lotta per i diritti degli animali. Ero in un allevamento di maiali di cinta senese a fare l’assistente di ripresa per una puntata di Uno Mattina. Per quanto quei maiali fossero trattati relativamente bene, per una settimana non feci altro che pensare a loro e alla ghigliottina che li attendeva. In quegli anni, era l’inizio del secolo, andai anche a un meeting di Peta a New York, a Washington Square Park, ma mi sembrò più una riunione clandestina di testimoni di Geova che un’associazione impegnata in difesa degli animali. Alla fine, come sempre, il dolce, saporito, richiamo del salame, del prosciutto e delle salsicce fu più forte di ogni turbamento etico. Senza dilungarmi oltre sull’associazionismo animalista, la stessa sensazione che provai quel pomeriggio sulle colline del Chianti l’ho rivissuta stamattina, quando a mezzogiorno sono arrivato all’aeroporto di San Juan. Us Airways si è preoccupata di cancellare almeno un volo, il mio, fino a Philadelphia. Credo però che siano anche di più, a giudicare dalle oltre 2.000 persone sudate e immobili nella fila dove mi suggeriscono di andare quando chiedo informazioni. “Questa fila durerà sei ore”, spiego gentilmente all’inserviente di Us Airways, “io fra sei ore ho bisogno di essere a Chicago per lavoro”. Affermazione che tra l’altro non si discosta poi tanto dalla realtà, considerando che l’amico e collega che mi ospita domattina partirà lasciandomi la sua camera. Non c’è niente da fare. Osservo le facce stravolte delle persone dietro a cui mi sistemo, sono gli ultimi. Non troppo davanti a noi sento persone che sono in fila da due ore, e non sono neanche a metà. Colto da una moderata quanto rassegnata disperazione provo a chiamare Us Airways. La prima persona con cui parlo mi dice di stare in fila e non rompere le palle, e mi sbatte il telefono in faccia. Dal centro della fila si levano le prima urla di protesta, seguite poi da uno scroscio di applausi ironici. Ora mi sento a casa, per quanto la fila sia troppo ordinata e paziente. Abbandono la mia postazione consapevole di non perdere nulla di prezioso e mi avvicino al banco di prima classe per chiedere un paio di informazioni. Gli inservienti prima mi evitano, poi mi indicano di nuovo il fondo della fila. Riesco solamente a estorcere un’informazione: non ci sono voli disponibili per due giorni. Mi appoggio al bancone, cerco con lo sguardo la fine della fila, ma non la riesco a vedere. Capisco che è inutile e chiamo nuovamente Us Airways. Mi risponde Tanisha, credo sia afroamericana e abbia la mia età. Mi dimentico di chiederle dove si trova, ma le spiego la situazione in cui mi trovo io. “Sono a San Juan, il mio volo per Philadelphia è stato cancellato e sto cercando disperatamente di raggiungere Chicago”, le dico. Lei controlla. “Non ci sono voli disponibili per oggi”, mi spiega. “Neanche con altre compagnie”, le chiedo. “No”. Non ci sono posti neanche in cabina di pilotaggio, in piedi e in nessun aereo in partenza dall’intera isola di Portorico verso una qualsiasi destinazione in Noed America, mi spiega rispondendo di no a ognuna delle precedenti domande. “Ti posso mettere su un volo fra due giorni”. “Non ne vedo la necessità”, le dico ridendo, “si sta tanto bene qua. Non dovessi lavorare a Chicago stasera e domani”. Lei ride, capisce perfettamente e si scusa. “Non è mica colpa tua”, le dico ridendo, prima di cominciare a descriverle la situazione, le facce arrossate e le goccie di sudore sulle tempie di uomini di mezza età che negli ultimi venti minuti non hanno mosso un passo. È qualcosa di molto vicino all’inferno, almenk quello aeroportuale. Lei ride. “Beh, sono nelle tue mani”, le dico quando mi lascia in attesa qualche minuto. “Sono riuscita a piazzarti su un volo di domani”, mi dice alla fine molto soddisfatta. “E’ magnifico”, le rispondo entusiasta, “grazie mille Tanisha”. Dopo 32 minuti di telefonata sono riuscito a ottere un aereo e anche un albergo per la notte. Visto che ho già un volo mi fanno mettere in fila in prima classe per ottenere i voucher per l’albergo. Ho solo una famiglia canadese davanti. “Mamma, questo viaggio era un sogno, ma si è trasformato in incubo”, dice il piccolo Ryan alla madre. Ha undici anni, una cicatrice fresca sul sopracciglio destro e una polo rossa. “Ryan amore, sono cose che succedono”, gli risponde la madre rimproverandolo. “Poteva andare peggio Ryan”, mi intrometto io ridendo, “sei bloccato per due giorni ai Caraibi a spese di Us Airways. Pensa se eri in mezzo all’Ohio”. Il bambino ride e solo in quel momento capisco il motivo di tanta lentezza. Le signore di Us Airways compilano a mano sei voucher per persona, tre pasti, due taxi e l’albergo. Il tutto dopo aver trovato un volo disponibile, ovviamente non prima di martedì. “Sei stato fortunato”, mi dice Evelyn quando è il mio turno e scopre che sono riuscito a trovare un posto domani mattina. Sorrido, mentre mi spiega che Us Airways concede un buono di 5 dollari per colazione e pranzo e uno da dieci per la cena. È passata più di un’ora, la fila è ancora atroce, ma per fortuna l’ho sfangata. E Us Airways mi offre un giorno di mare.

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