Questo comizio vale tutta la campagna elettorale

“Il referendum è solo uno spreco di soldi”, mi dice Mario, il tassista che mi sta portando da Condado, dove abita Manuel, fino al centro di San Juan. Sta parlando del referendum per l’annessione agli Stati Uniti che ci sarà a novembre a Porto Rico, il quarto negli ultimi 45 anni. “I politici ci mangiano sopra”, aggiunge pochi istanti prima di lasciarmi al municipio, in mezzo a un traffico impazzito. Sembra di essete all’uscita dello stadio a Napoli. Avanzo fino a un posto di blocco, c’è un poliziotto che sta discutendo con la persona al volante di un grosso suv bianco. Mi avvicino e alla guida della macchina c’è Sarah, la giornalista di Cbs, in compagnia delle ragazze di Cnn, Fox News, Abc e Los Angeles Times. Scoppiamo a ridere entrambi. “Siamo con la campagna di Romney”, cercano di spiegare al poliziotto. Io confermo, ci lasciano entrare. Intorno a noi c’è una quantità incredibile di gente che cammina disordinata in tutte le direzioni, musica a tutto volume e centinaia di bandiere diverse. Mi diluisco fra i sorrisi della gente, che beve margarita o Medalla, la birra locale. Mi spiegano che il rally è stato organizzato dal presidente della Camera di Porto Rico, Thomas Rivera Schatz, e che ci saranno tutti i politici in gara domenica, perchè qua si vota anche per le elezioni locali. Intorno a me vedo cartelli elettorali con almeno una decina di nomi: Larry, Margarita, Jennifer, Norma, Eddie, Lourdes, Rivera. Nessuno si fa chiamare per cognome. In mezzo a loro spunta anche il nome di Mitt Romney. Poi ci sono bandierine, adesivi, striscioni, tshirt e gadget di ogni tipo. Un gruppo sta suonando musica latinoamericana sul palco, mentre in pista si scatenano i balli di gruppo fra i sostenitori, che avanzano e arretrano tutti insieme, passo avanti e passo indietro, sulle note di una tastiera, una chitarra elettrica e un sax. E ovviamente sul suono dei bonghi. Chi non danza in compagnia balla comunque, magari da solo o con gli amici. Ondeggiano e ancheggiano tutti, anche mentre mi spiegano che voteranno Romney perchè aiuterà Porto Rico a diventare uno Stato, difendendone l’identità e soprattutto la lingua spagnola. Ho l’impressione che siano tutti molto più affezionati al partito che ai vari candidati, anche se un entusiasmo cosí non l’ho mai visto a nessun rally. Sembra una festa dell’unità di paese, ma con molta più energia e con un ritmo veloce e costante. Ai lati ci sono i tendoni con il cibo e quelli che fanno margarita a cinque dollari. In questa piazza stretta fra il municipio di San Juan, che svetta maestoso sopra di noi, e l’oceano, che si apre dietro il palco, c’è un clima di festa instancabile. Il cantante continua a urlare cori politici a favore di questo o quel candidato. I più gettonati sono Jennifer, una donna enorme che malignamente accusano di aver speso 2.000 dollari in un Dunkin’ Donuts, e Rivera Schatz, lo speaker della Camera, che vengono ripetutamente e ritmicamente incitati dal pubblico. Io, nel frattempo, non vedo l’ora di vedere la faccia di Romney. Finalmente, dopo un’ora di musica dal vivo, iniziano a salire sul palco i candidati locali, che urlano nel microfono e ballano al ritmo di Danza Kuduro, che alla fine mi convinco essere quasi uno slogan politico. Rivera Schatz, che ha organizzato la serata, entra in scena come un giocatore della Nba, inseguito dalla telecamere fra due file di persone che formano un cordone lungo dal municipio fino al palco. Durante gli inni i politici si girano verso la bandiera con le mani sul cuore. I sostenitori se ne fregano. Alcuni giornalisti americani si alzano per il proprio inno. Quello del partito invece lo cantano tutti, e sembra la sigla di un cartone animato giapponese. Dall’entusiasmo che c’è mi aspetto che da un momento all’altro arrivi anche Maradona a fare due palleggi con le arance. Accompagnati da una versione remixata lunga almeno un’ora di Danza Kuduro e inframezzati da un presentatore incredibilmente grasso che urla e li presenta come fossero gli undici titolari della nazionale messicana ai mondiali di calcio, tutti i candidati parlano almeno venti minuti. Ogni cinque frasi parte la musica a tutto volume, i politici si alzano e battono le mani a tempo. Il sole nel frattempo comincia a tramontare alla nostra sinistra, la musica va avanti a un volume infernale e le persone sotto il palco, ognuno con la maglietta del proprio candidato, non smettono di urlare e ballare. In mezzo continuano a sventolare le bandierine, scosse dal vento caldo che arriva dall’oceano. Il comizio è totalmente in spagnolo, tanto per chiarire quali sono le loro condizioni per diventare uno Stato e per mandare un messaggio a Santorum, che qualche giorno fa si è inventato una legge federale che obbligherebbe gli stati a parlare inglese. Nessuno pronuncia una parola d’inglese e ballano tutti scatenati. L’atmosfera comincia a diventare surreale. Finalmente arrivano il governatore Luis Fortuño e Mitt Romney. La scena è memorabile. Danza Kuduro è a tutto volume. Una fila di circa dieci politici locali batte le mani e ancheggia a tempo. Romney si sistema al lato del palco, imbarazzato, sventolando una mano come fosse un fazzoletto per salutare il pubblico di Porto Rico. Si siede poi vicino a Fortuño, che cerca di fargli da traduttore il più possibile. “Vorrei votare per te, ma non posso”, dice in spagnolo il presentatore, “perchè noi siamo una colonia, ma vogliamo diventare uno Stato”. Romney ha l’espressione di chi finge di capire. In realtà non ha idea, e si guarda intorno come se fosse appena sbarcato su Plutone. Sui due proiettori di fianco al palco nel frattempo scorrono immagini a bassa risoluzione delle campagne elettorali dei vari candidati. Sembrano le foto di un matrimonio o di un bar mitzvah mostrate agli ospiti durante il pranzo. Dopo due ore e mezzo di comizio, Fortuño inizia a parlare. Ho l’impressione che sia il protagonista di una telenovela, con pantaloni tagliati retrò e la riga a dividergli i capelli neri e lucenti da un lato. Parla in spagnolo, poi conclude brevemente in inglese e parte di nuovo la musica a tutto volume. Stavolta è Ai se eu te pego. I politici locali schizzano in piedi e con loro Romney, che non se la sente di rimanere seduto da solo e comincia a battere le mani il più a tempo possibile, e visibilmente a disagio. Il suo sorriso, che già sembra di plastica normalmente, è ancora più tirato e palesemente imbarazzato. Jennifer si avvicina al microfono, comincia a introdurre “el proximo presidente de Estados Unidos”. Dietro di lei Romney ha la stessa faccia stupita di un turista tedesco capitato per caso in un campeggio italiano durante i balli di gruppo latinoamericani. In più è circondato da portoricani sorridenti e vestiti di colori che definire sgargianti sarebbe riduttivo. Da come li osserva ho come l’impressione che non sia neanche mai stato ad Harlem, o nel Queens. Prende il microfono, abbiamo aspettato questo momento per tre ore. Qualcuno intona il coro “Romney, Romney”, ma brevemente e in modo piuttosto debole. Tipo tifoseria ospite nel terzo anello di San Siro. Poi parte in inglese il coro “Stato subito, Stato subito”. Romney ringrazia per la splendida accoglienza. E poi con lo stesso identico tono che aveva in Iowa o Nevada, inizia a raccontare la solita vecchia storia del suo amore del liceo, dei suoi cinque figli e dei sedici nipoti. Introduce Ann, vestita con un completo bianco, che sentendosi vagamente fuori luogo in mezzo ai fiumi d’alcol che scorrono fra il pubblico prende il microfono e strepita “Porto Rico, you showed us how to party”. Ci avete fatto vedere come si festeggia. Non aggiunge altro. Romney parla sei minuti in totale, durante i quali io comincio a ridere fra me e me al solo pensiero di quello che si diranno i coniugi Romney questa sera, quando finalmente resteranno soli nella camera d’albergo. Forse nulla. Si guarderanno e resteranno in silenzio. Senza parole. E sui miei pensieri, mentre Romney stringe le ultime mani e non vede l’ora di scendere dal palco, partono i fuochi d’artificio.

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3 Comments

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3 responses to “Questo comizio vale tutta la campagna elettorale

  1. Splendido, ma (lo ammetta) era furiosamente favorito dalla particolarità caraibica di Porto Rico, oltre che dalla tetragona serietà mormona di Romney … mi piacerebbe vederci Santorum, se tirerebbe fuori qualche “meridione” dai suoi lombi.
    Obama avrebbe tirato fuori il Kenia dei suoi avi … Bill Clinton non lo so. Bush sarebbe stato peggio di Romney.
    … Chissà Massimo D’Alema o Beppe Pisanu …
    Bel pezzo.
    Ciao
    r

  2. Un pò surreale questa tappa di Porto Rico, ma l’hai raccontata davvero bene 🙂

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