Sperso a San Juan, Porto Rico

Il viaggio da Charlotte a San Juan è rilassante. A bordo dell’aereo c’è un’atmosfera vacanziera e spensierata, e sono quasi sorpreso di non vedere panama in testa ai turisti americani e pantaloni khaki, o di non sentire una allegra musichetta caraibica. Tanto per fugare gli stereotipi. La mia vicina di posto è di Toronto, va a San Juan per una conferenza di psicologia e ha fatto in modo di restare qualche giorno in più per godersi i caraibi. Io invece resto solo quattro giorni. Ho fatto bene i miei calcoli e riuscirò a vedere Mitt Romney almeno una volta. Quello che non ho calcolato bene, invece, è l’ospitalità. Mi hanno dato l’ok due persone nei giorni passati, ma ho la sensazione piuttosto netta che mi daranno una fregatura entrambi. Niente numero di telefono, niente indirizzo, c’è qualcosa che non mi torna. Quando atterro a San Juan accendo il telefono e non ho nessun messaggio o email. Sono passate più di 24 ore da quando ho risposto a entrambi. Capisco di essere fregato. Seguo i turisti americani fino all’uscita dell’aeroporto e salgo su un taxi. La tassista mi chiede dove voglio andare. “Non ho idea”, rispondo. “Conosci qualche albergo economico”, le domando. “No”. Bene. “Ok, andiamo a un albergo qualsiasi”. Mi lascia venti minuti dopo davanti a un albergo che promette malissimo, almeno per quanto riguarda il prezzo. Oltretutto è anche spring break, le vacanze di pasqua dei college americani. Mi avvicino timoroso alla reception. La ragazza prima sorride, mi lascia sperare in un colpo di fortuna, poi con la freddezza di un serial killer mi spara 260 dollari a notte per una stanza. “Più le tasse”. Sorrido come se mi avesse sorpreso a rubare 5 dollari dalla cassa, saluto e mi allontano. Ho il cervello annebbiato, non so bene cosa fare. Fuori dell’albergo c’è uno Starbucks, il mio ufficio mi viene inaspettatamente in aiuto. Entro, prendo da mangiare e mi impossesso di un divanetto. Accendo il computer, accedo a Couchsurfing e comincio a mandare richieste a raffica, spiegando la situazione. Dopo un’ora non è ancora successo nulla. Gli alberghi non sono neanche avvicinabili, Martina mi manda un paio di ostelli dall’Italia, ma non c’è posto. Nell’attesa mi metto a guardare Chelsea-Napoli su Rojadirecta, non riuscendo però a vedere nessuno dei goal a causa di problemi della connessione. Negli ultimi minuti, sperando in un goal del Napoli, mi ritorna in mente quella volta che venni allontanato da un bar di Place de la Contrascarpe, a Parigi, per aver imprecato e sbattuto il pugno sul tavolo al goal della Ternana al novantesimo minuto di un derby di serie c1 infuocato e tuttora un po’ losco. La stavo ascoltando per radio, quella partita. Sorrido, ma c’è poco da ridere. Stanotte dormo in spiaggia. Comincio a pensare di chiedere ospitalità alle persone che incontro, magari cominciando dal barista di Starbucks. Poi, all’improvviso, ricevo un’email. A rispondermi è Manuel, un ventitreenne di San Juan. “Mi ricordi quello che mi è successo a Londra”, mi dice. Mi darà ospitalità. Sono salvo. Sono le cinque, e lui ha da fare fino alle 9. Alle 7.30 c’è comunque una conferenza stampa di Rick Santorum alla residenza del governatore Fortuño. Divido un taxi con tre ragazze arabe che studiano a Washington e andiamo verso Old San Juan. Arrivo alla Fortaleza, la residenza, ma di Santorum non c’è traccia. Parlo con gli agenti di sicurezza, facciamo amicizia, mi fanno parlare al telefono con l’addetta stampa della first lady, che alla fine scende al cancello. Dell’evento di Santorum loro non sanno niente, ma per le indicazioni che abbiamo entrambi sarebbe dovuto essere là. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Me ne vado. Old San Juan è un dedalo di vicoli pieni di ciottoli, ci sono luci gialle, bar nelle piazzette che servono caffè caraibico e ristoranti lungo la strada. Alla fine riesco a parlare con Manuel. Ci vediamo alle 9.30 all’Hilton dove va in palestra. Prendo un altro taxi. Manca poco.

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