Siamo tutti americani. La notte a Porto Rico

“Siamo tutti americani”, mi risponde in spagnolo la cameriera di una pizzeria, italiana ma senza italiani, da cui sto cercando di comprare delle birre per Manuel. Visto che non mi rispondeva le avevo chiesto scherzando se per caso non le piacessero gli americani. “Tu puoi parlare spagnolo”, aggiunge. “Mica tanto, io non sono americano, sono italiano”, le dico mischiando spagnolo e inglese. Mi guarda comunque male. Non la definirei esattamente cortese. Alle 9 di sera Manuel torna a casa dal lavoro pronto per andare in qualche locale. Il suo ufficio aveva organizzato una festa e lui è evidentemente ubriaco. Si presenta con Natalie, che con un accento un po’ siciliano, un po’ napoletano, e un po’ calcato, mi dice di essere siciliana. In realtà studia solo italiano, con una professoressa siciliana. Parla a cantilena, come apparentemente facciamo noi in inglese e come mi fa notare Manuel. “Parli come Mario Bros”, mi dice. La cosa mi fa piuttosto ridere, anche perchè poi Natalie dice che invece il mio accento sembra tedesco. E fra i due non so quale sia meglio. Usciamo, Manuel guida dieci minuti attraverso San Juan e parcheggiamo vicino alla spiaggia. Durante il tragitto si esibisce in tutta la serie dei luoghi comuni sugli italiani. Senza dimenticarne uno. Il locale è all’interno di un casinò, c’è una bolgia incredibile, fra americani qua per lo spring break e gente del posto. Mi fisso sulle camicie, da cui non riesco più a distogliermi. Quella che ho davanti agli occhi è la collezione più maestosa e variopinta che abbia mai visto. Ci sono righe verticali, orizzontali e persino oblique. E poi doppie, triple, asimettriche, simmetriche ma comunque senza senso. Poi quintali di quadretti. Bicolori, tricolori, grandi, piccoli e anche medi. Senza considerare le fantasie floreali e quelle totalmente hawaiiane. I colori di queste camicie attraversano tutta la gamma delle tonalità pantone e ritornano, così come il colore dei tacchi delle ragazze, presenti in ogni forma e altezza possibili. È veramente impressionante. Ce ne andiamo verso le due e mezzo, e dal sedile posteriore osservo Manuel che prova a portarsi a casa Natalie. Ho l’impressione di essere in una telenovela colombiana. Non capisco nulla di quello che dicono, ma provo a immaginarmi la conversazione, e non credo di essere andato troppo lontano. E Natalie, alla fine, la accompagnamo a casa sua.

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