Il salvatore di San Juan e il senso del give back

Incontro Manuel, il mio salvatore, davanti all’Hilton di San Juan. È alto, con i capelli castani chiari e gli occhi azzurri. Sembra americano, e infatti mi dice che tutti gli parlano in inglese. Lavora all’ente nazionale per il Cinema di Porto Rico, e il suo lavoro è distribuire soldi alle produzioni che ritiene interessanti e borse di studio per frequentare master. Tuttavia a fine anno dovrà lasciarlo. “Ci saranno le elezioni, e siccome i lavori statali sono legati ai partiti, chi vincerà licenzierà tutti e metterà a capo delle agenzie gente di fiducia”, mi spiega. Lui probabilmente se ne andrà a Los Angeles, a proseguire la sua carriera. È anche attore, ha esordito a 17 anni in una rappresentazione teatrale di Dead man walking. Ora ha 23 anni, e il cinema per lui è una cosa di famiglia: suo nonno, Arturo Correa, era un attore portoricano molto famoso in Messico, suo padre era il direttore del festival del cinema di San Juan e sua madre è semplicemente appassionata. Alle 11, finalmente, siamo a casa. Era la casa dei suoi nonni, ma ora ci abita lui. Entrando si sente subito forte l’odore misto di polvere, legno e salsedine. È un profumo che mi piace, da casa al mare. Infatti è proprio sulla spiaggia. E’ uno di quei palazzoni bianchi, costruiti credo negli anni sessanta, che nel pomeriggio allungano la propria ombra sul mare. È una bella casa, piena di libri e di poster cinematografici antichi. È una residenza della ricca borghesia portoricana, immagino. C’è anche il portiere, Carlo, a cui mancano i denti davanti e che fuma continuamente. Quando la gente mi parla capisco un terzo di quello che mi dicono, quando va bene. Sono in pochi a parlare inglese a Porto Rico, e ancora meno quelli che lo parlano bene. E infatti anche chi vuole diventare il 51esimo stato, come il partito repubblicano locale, lotta per il mantenimento dello spagnolo. Ci sediamo con una birra davanti alla finestra che guarda l’oceano. Manuel mi racconta di quando a Londra fu salvato da Ivan, un italiano, dopo aver passato la notte in un parco. “Ho pensato di doverti restituire il favore, che fosse destino”, mi dice ridendo. “Non ospitavo nessuno da oltre sei mesi”, aggiunge. Per l’ennesima volta durante questo viaggio penso all’importanza del give back per gli americani, del restituire parte di quanto si è avuto. Forse questa è la differenza più grande con l’Italia. Manuel, che ha studiato in Missouri, mi racconta poi il suo viaggio in Marocco, quando fu ospitato in una casa fatiscente da un uomo che poi lo vendette a un istruttore di surf, pare per 500 dinari. All’una infine vado a letto, distrutto. Ma invece di sentire il rumore dei condizionatori e delle sirene, come a New York, qua a San Juan mi addormento ascoltando il suono instancabile dell’oceano.

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