Convulsioni ad alta quota

Alle 5 suona la sveglia e con la testa ancora sotto le coperte chiamo l’azienda di taxi di Birmingham per assicurarmi che la macchina che ho prenotato arrivi davvero. Mi dicono di non preoccuparmi e provo a dormire altri dieci inutili minuti, prima di fiondarmi in ritardo e di corsa sotto la doccia. Da quando ho smesso di fumare soffro molto meno le alzatacce mattutine e non risento più delle notti insonni. Lascio una nota veloce a Mindy e ai suoi coinquilini mentre vedo i fari del taxi giallo fuori dal portico della casa. Gli faccio segno che arrivo, finisco di chiudere la valigia ed esco. È caldissimo, il tassista è in maniche corte. Io vorrei non avere il mio montgomery sotto braccio, specie perchè sto andado a Porto Rico. In macchina scopro che Vinnie, Vincenzo, è di origine italiana. I suoi genitori sono nati vicino Palermo. È republicano, “come tutti qua in Alabama”, ma ieri non ha votato. “Sosterrò il candidato repubblicano a novembre, qualunque sia”, mi dice, poi mi chiede dell’Europa, della Grecia, dell’Italia e di Monti. Mi succede spesso che le persone in giro per l’America mi domandino preocupate informazioni sulla situazione economica del vecchio continente. Infine si mette a prendere in giro l’intensa attività sessuale del nostro ex presidente del consiglio, ghignando. Altra cosa che mi è successa spesso. Arrivato all’aeroporto faccio Un rapido check in, passo i controlli e in dieci minuti sono steso su un comodissimo divanetto che sembra fatto apposta per dormire. Invece di chiudere gli occhi però leggo un paio di giornali, poi inizio a scrivere. Sono in anticipo di un’ora sull’imbarco, per evitate problemi, ma poi le ore diventano due a causa di un ritardo. A Charlotte, luogo di nascita di questo blog e dove farò scalo prima di partire per San Juan, c’è brutto tempo. Dopo un po’ vado a informarmi e mi assicurano che riuscirò a prendere il secondo volo. Con rispettabile aplomb britannico vado a fare colazione. Ripenso all’ultimo aereo che ho preso, da Houston a Biloxi, e al mio vicino di posto che ha avuto le convulsioni. Stavo scrivendo sul telefono quando ho sentito l’assistente di volo urlare “sir, sir”, mi giro e lo vedo precipitarsi dal fondo dell’aereo verso di noi. Poi vedo la testa del ragazzo afflosciata sulla spalla. Inizia a contorcersi e d’istinto gli prendo la mano. Chris, l’assistente di volo, solleva la testa e dopo alcune scosse il ragazzo si riprede. È sotto shock. “Il mio nome è Erick McCann”, dice guardando fisso avanti, “ho 23 anni e ho esperienza di convulsioni in famiglia. Mio padre, Ronald McCann, ha attacchi. Questo è stato il mio primo attacco”. Mentre lo ascolto scioccato e tenendogli ancora l mano penso a quante volte da piccolo si deve essere spavantato nel vedere scene come questa. Ha una reazione robotica, che probabilmente ha visto fare mille volte, ed è terrorizzato. Chris si prede cura di lui, chiedono se c’è un medico a bordo, ma non c’è. Alla fine chiamano a terra e decidono di fare accertamenti appena saremo a Biloxi. La prontezza di Chris mi lascia comunque senza parole. Non so se gli ha salvato la vita, magari no, ma comunque era là pronto a farlo. Ed è stato l’unico ad accorgersene. Purtroppo l’unica idea che ho avuto per congratularmi con lui è stata di stringergli la mano, sorridergli e dirgli “good job”.

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