La dietista, i delegati e il latrato del coyote

La notte elettorale di Newt Gingrich a Birmingham è desolante. Mancano solo il latrato sconsolato di un coyote e un paio di cactus. La notizia lieta sono i deliziosi funghi fritti, di cui mi abbuffo e che poi pagherò con un sostanzioso mal di pancia. “Oh my god, noi friggiamo tutto”, ride sconcertata Audrey quando le racconto la mia cena. Audrey ha una trentina d’anni e stasera canterà l’inno nazionale. “Fai la cantante”, le chiedo. “No, faccio la dietista e la nutrizionista qua a Birmingham”. Ecco il motivo dello sconcerto. “Però canto nel coro della chiesa di uno dei capi del partito repubblicano locale e stasera mi ha chiesto di esibirmi con l’inno”. Non mi sembra nervosa, anche se mi ha confessato di essersi esercitata abbastanza. Poi incontro Paul, uno dei membri del partito, che mi dice di essere qua per lo speaker. “E’ il mio preferito, anche se non riesco a togliermi dalla testa quell’immagine di lui seduto sulla panchina con Nancy Pelosi”. Si riferisce a una pubblicità che Gingrich fece nel 2008 insieme a Pelosi, suo successore democratico alle presidenza della Camera, per combattere il riscaldamento globale e in cui i due erano seduti insieme su una panchina. “Comunque anche se sostengo Gingrich, ho votato Romney”, mi dice Paul. Lo guardo dubbioso. “Sai, fra i delegati di Romney ho molti amici, e ci tenevano proprio ad andare a Tampa alla convention”, mi spiega quasi scusandosi. “Ho votato per le persone”. Ecco, a volte ci dimentichiamo questo: i delegati sono persone fisiche, e di tanto in tanto spostano voti anche loro. La notte avanza, e con lei lo spoglio delle schede, il timore che Gingrich non abbia vinto s’impossessa dei pochi sostenitori presenti. Mentre io scopro con disapprovazione che la birra costa otto dollari, loro apprendono della vittoria di Santorum, che fa una sorprendente doppietta in Alabama e Mississippi, Stato dove sondaggi ed exit poll davano Romney vincente. Gli sguardi, già piuttosto mesti, diventano dimessi. La speranza di avere la benzina a 2.50 al gallone con Gingrich presidente diventa un miraggio, come un’oasi in questo deserto del Wynfrey hotel. Un uomo sale sul palco, annuncia l’imminente arrivo di Gingrich. È il momento della preghiera collettiva e del giuramento sulla bandiera. “I pledge Allegiance to the flag of the United States of America and to the Republic for which it stands, one nation under God, indivisible, with Liberty and Justice for all“, recitano tutti in coro. Quando Audrey si impossessa del microfono per l’inno nazionale si alzano in piedi anche i giornalisti. Un paio si mettono la mano sul cuore. Una volta finita l’audace interpretazione della dietista di Birmingham tutto riprende come prima. C’è il brusio delle chiacchiere in sottofondo. La sconfitta, come sempre qua in America, è accettata con serenità. Arriva Gingrich, che viene introdotto dalla moglie Callista, austera come se fosse al funerale del marito nel suo caschetto biondo sempre identico. Callista mi ricorda un po’ nei modi, nel portamento e soprattutto nel sorriso il vecchio e diabolico Montgomery Burns dei Simpsons. Passa la parola a Newt, la cui voce è talmente bassa che viene sovrastata in alcuni momenti da una giornalista televisiva che fa una diretta dal fondo della sala. “I candidati conservatori al sud hanno ottenuto il 70% di voti”, dice attaccando Romney, anche se il merito è più di Santorum che suo. “Un favorito che arriva sempre terzo non è un favorito”, aggiunge. Ho l’impressione che Gingrich, nonostante abbia già annunciato che non si ritirerà, stia srotolando un tappeto rosso per l’endorsement a Santorum. Magari puntando al ticket, alla vicepresidenza. Finisce cosí. Arrivo a casa che è mezzanotte. Devo scrivere un articolo, poi alle cinque e mezzo devo essere pronto per andare all’aeroporto. Destinazione Porto Rico.

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