L’eroe Reagan e l’autostop

L’incrocio sotto casa di Mindy è poco trafficato. C’è un piccolo supermarket con l’insegna scolorita della Coca Cola e una lavanderia a gettoni sempre vuota. In quell’incrocio, martedì mattina, mi metto a fermare macchine alla ricerca di qualcuno che mi porti al golf club di Vestavia, a venti minuti di distanza, dove parlerà Newt Gingrich. Sono in ritardo, dovevo scrivere un articolo. Un paio di signore anziane fuggono credendomi un ladro, io fuggo da un paio di ragazzi con le facce poco raccomandabili credendoli dei ladri, un uomo è in ritardo per un appuntamento di lavoro, una ragazza non va così lontano, un ragazzo oggi sta molto male. Alla fine mi butto in mezzo alla strada e fermo un’ennesima macchina. L’uomo al volante mi guarda, gli spiego la situazione e decide di accompagnarmi. Si chiama David, fa il rappresentante per la Budweiser ed è appassionato di film di mafia italiana. “Are you talking to me”, gli dico calcando l’accento e scoppia a ridere. I suoi film preferiti sono Il padrino parte seconda, Quei bravi ragazzi e Bronx. David ha capelli biondi e ispidi che stanno diventando cenere, fuma sigarette che tiene sfuse nel cassettino del cruscotto e ha la macchina invasa di carte e cianfrusaglie, fra cui un pesce finto. Ancora non ha votato, ma quando tornerà a casa stasera voterà Gingrich. “Non mi entusiasma”, mi dice, “ma ha promesso di riportare la benzina a 2.50 al gallone e soprattutto vuole sfruttare le risorse di questo paese, così non dovremo dipendere dai ricatti dell’Opec e dei paesi arabi”. A David non importa di trivellare o di far passare l’oleodotto Keystone attraverso tutto il paese. Non vuole dipendere dagli arabi. “E se cominciano a produrre auto elettriche ancora meglio”, aggiunge. Guardo l’orologio, è tardissimo. Spero che Gingrich sia in ritardo. “Sai, il mio vero eroe era Ronald Reagan”, mi rivela mentre ci avviciniamo al golf club. “E’ per questo motivo che mio figlio, che ha dodici anni, si chiama Reagan. Me lo ero giurato”. Saliamo sulla collina, il traffico rallenta, intorno ci soni splendide ville col prato curato. A un certo punto, da dietro una curva, spuntano due moto della polizia. “Shit”, dico. Lui ride. Passa un suv nero e poi il pullman di Gingrich. “Vuoi che li inseguo”, mi chiede. “Meglio di no”. Ritorniamo in città.

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