In Mississippi con la traveling press

“La campagna di Romney non doveva essere la più organizzata?”, chiede ironicamente un reporter quando l’autista del press bus accosta al lato della strada e scende a chiedere informazioni a un camionista. Stiamo cercando di andare al Terminal G del porto di Pascagoula, Mississippi, e ha già sbagliato strada tre volte. Alla fine a condurlo a destinazione è uno dei due fotografi a bordo del bus, fra l’altro l’unico fumatore fra i venti giornalisti presenti, grazie al Google Maps dell’iPhone. Sono a bordo dell’autobus della traveling press, è stata questa idea a spingermi all’alba di mercoledì fino a Biloxi, dove alle tre del pomeriggio è arrivato a prenderci un autobus a noleggio. Sulla fiancata c’è scritto “viaggiando con la grazia di Dio”. L’età media a bordo del bus è molto bassa, intorno ai 32 anni direi, qualcuno sfiora i 35 e forse solo una persona superà i quaranta. In realtà credo superi anche i cinquanta, ma a giudicare dalla faccia il suo sembra più che altro un viaggio premio. “Per chi lavori”, mi chiede un fotografo poco dopo essere salito a bordo. “Per un paio di giornali italiano, e tu?,”, rispondo. “Per il New York Times”. Oltre a lui ci sono tutte le grandi televisioni americane e i giornali. Alcuni di loro sono sostituti, molti invece viaggiano insieme da fine agosto o inizio settembre, mi spiegano. Sono sempre in giro e tornano a casa raramente. Per certi versi la loro sembra una lunga gita scolastica. Ci sono simpatie, antipatie, love affairs che vengono svelati con estrema discrezione. All’inizio tutti parlano fra loro, poi dopo una mezz’ora cala il silenzio. C’è chi dorme, chi legge e chi comincia a preparare il proprio lavoro. Mentre ci dirigiamo al porto di Pascagoula ci sfilano a fianco sfasciacarrozze, capannoni di ferro arrugginito, ragazzini che giocano a baseball in campi fangosi e altissimi cartelli pubblicitari ai lati della strada che propongono per lo più avvocati e servizi legali. Quando arriviamo al porto veniamo accolti dal dixieland jazz di Pete Fountain che intrattiene i pochi sostenitori presenti, molti di quali hanno le faccie e gli abiti da country club locale. C’è anche un’umidità viscida che mi rende le dita scivolose mentre scrivo sul telefono. Romney riceve l’endorsement del governatore del Mississippi Phil Bryant davanti a un paio di piattaforme a pochi metri da riva, il cielo è grigio e i loro volti sono illuminati dai gradi fari che abbiamo trovato là quando siamo arrivati. Un uomo mi dice che voterà Romney, ma solo perchè i suoi preferiti non si sono candidati, oppure sono morti. Finito il comizio ripartiamo verso Jackson, più a nord, lasciando là una delle ragazze della tv che deve montare il suo pezzo e poi inviarlo da uno dei furgoni della tv locale. Mentre costeggiamo il Golfo del Messico e attraversiamo Biloxi, con i suoi casinò e le sue insegne flourescenti da piccola Las Vegas di provincia, l’autista sbaglia di nuovo strada. Due volte. Gli errori allungano il viaggio verso l’albergo di Jackson di oltre due ore. Al primo errore il responsabile della campagna striglia l’autista, il secondo viene invece accolto con rassegnazione. “E’ assurdo”, dice qualcuno dal fondo, ma solo per fare un po’ di scena. Arriviamo fino in Louisiana, sopra New Orleans, per poi salire verso nord. Scrivono tutti, con le facce illuminate dagli schermi dei computer mentre il Mississippi gli scorre a fianco. Sento una radio soffusa arrivare dal sedile dietro di me. In realtà è il ragazzo della radio che sta registrando il suo pezzo, nascondendosi sotto la giacca per isolarsi dai rumori. Finito di registrare comincia a montare tutte le brevi interviste fatte a Pascagoula. Ci fermiamo a un drive in con le luci al neon nel mezzo del Mississippi. Attraversiamo a piedi i grossi binari di legno che ci separano dal Sonic America’s drive in, c’è ancora umidità e ci sono grossi insetti verdi che saltellano, forse cavallette, oltre a tantissime zanzare. Dagli alberi attorno arriva il canto di qualche uccello, forse civette. Ordiniamo i nostri hamburger, chiacchieriamo un po’. Siamo circondati da macchine infilate a spina di pesce, con dentro persone che mangiano, quasi tutte da sole. Il cameriere è un ragazzo di neanche vent’anni coi brufoli, un grembiule e un cappellino da baseball, che fa consegne sui pattini. Una volta ricevuti i nostri sacchetti di carta veniamo riconvocati sul pullman, dove quasi tutti mangiano per conto proprio. Le ragazze della tv continuano a scaricare le tonnellate di video che hanno registrato. Inizia a piovere. Nel buio vedo grandi rivenditori di pick up, motel, fari delle auto che scompagliono su stradine laterali, truck wash, centri commerciali, ruspe e cantieri. Alcuni dei ragazzi nel frattempo si addormentano, altri parlano sottovoce a gruppetti di due o tre. Discutono dei figli, del viaggio, della lontananza da casa, delle proprie esperienze e ricordano aneddoti divertenti. Arriviamo in albergo poco prima di mezzanotte, accolti da una pioggia fitta, tropicale e calda. Ci mettiamo in fila per il check in, ognuno riceve la sua chiave e se ne va in camera a dormire. Domani l’apputamento è alle 7.

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