Un’idea che mi trascina verso sud

Gli ultimi due giorni sono stati totalmente folli. Da quando ho comprato quel volo per Boston sono cambiati tutti i miei piani e in poche ore sono salito su altri due aerei. Sono arrivato a Boston la sera del Super Tuesday, pronto per imbucarmi al party elettorale di Mitt Romney con la stessa discrezione che usavo allo stadio o ai compleanni. Non avevo un tetto nè un divano dove dormire, ed è stato solo grazie al grande cuore e alla disponibilità di un amico che sono riuscito a trovare un rifugio per la notte. Un ottimo rifugio, a dirla tutta, perchè mi ha ospitato nella sua camera in uno degli alberghi migliori della città. Il party di Romney era al Westin di Copley Square, a cinque isolati di distanza. Stavolta siamo sei o sette italiani, circondati da tantissimi giovani repubblicani in giacca e cravatta, uno anche col papillon, e da ragazze eleganti. Inizialmente ci piazzano in sala stampa come sempre, mentre la grande sala dove parlerà Romney è al piano superiore. Si sale esclusivamente attraverso una scala mobile sorvegliata da un agente dei servizi segreti. Stavolta non ci si imbuca. Pensiamo a come rubare un paio di pass, ma prima parliamo con Susan, la responsabile per gli accrediti, che incredibilmente ci concede il pass principale. In realtà poi ci accorgiamo che li sta dando a tutti. Quando arriviamo di sopra capiamo il perchè: il salone è semivuoto. C’è un gruppetto musicale di ragazzi, gli Sugar Baby, che suona cover di canzoni famose in un angolo, sotto una bandiera americana. Un corpulento membro dello staff ogni tanto lancia dei cori verso la tribuna, che solo in quei momenti dimostra in po’ di entusiasmo e risponde. Sembra più una partita di football universitario di livello infimo, che un comizio elettorale del possibile prossimo presidente degli Stati Uniti. Ci sono mini hamburger gratis, ma non buoni, per tutti. La birra costa però dieci dollari e le bibite sette. Prendo una Coca Cola. Romney parla poco dopo le dieci, l’atmosfera è dimessa e in quel momento sembra oltretutto che Santorum vincerà l’Ohio, lo Stato più importante fra i dieci in palio. Ann fa la solita simpatica introduzione, poi il marito dimostra esattamente perchè non riesce a convincere il partito repubblicano. Il suo è un intervento fiacco, scarico. Sono le parole di uno che stasera pensa di averla scampata bella. Subito dopo torniamo in albergo, mi addormento scrivendo un articolo alle tre di notte e mi risveglio alle nove con altri due articoli da fare. L’unica scrivania a disposizione è il lavandino del bagno.

Alle due mi ritrovo a Boston da solo e senza avere idea di cosa fare. Andare in Kansas costa un capitale. Non so dove passare la notte e compro il primo volo abbordabile per New York. Il decollo è alle 6.45, ma poco prima ricevo un’email che mi mette un’altra idea in testa, un pensiero che mi resta fisso per tutto il viaggio fino a casa.

“Biloxi, dov’è Biloxi”, mi chiede sgranando gli occhi il dipendente della Delta quando atterro al Jfk. Sono le otto di sera. “Mississippi”, gli rispondo dandogli anche la sigla dell’aeroporto, Gpt. “Devo essere là prima delle tre di domani”. Sto cercando di comprare un volo, ma non ci sono posti. Provo a comprare un biglietto dall’iPhone mentre vado a cena da un amico, ma non riesco. Scopro di avere meno di 300 dollari sulla carta americana, mentre il biglietto viene 420. Tutti gli altri soldi sono ancora sul conto italiano, che non posso usare su internet. Provo l’opzione “pago in contanti all’aeroporto” e incrocio le dita. Vado a bere una birra nel mio bar preferito a Brooklyn, torno alle due e alle cinque e mezzo sono già in cammino verso Laguardia.

“Biloxi? E dove diavolo è?”, mi dice la dipendente della United quando provo a saldare il conto. “Mississippi”, gli risponde il suo collega. Hanno parecchi problemi organizzativi da quando c’è stata la fusione con Continental, mi spiegano. I centralini non funzionano, le biglietterie non funzionano e i dipendenti non sanno come usare i macchinari. Alla fine riesco a pagare il mio biglietto e a salire sull’aereo che alle due del pomeriggio atterrerà a Biloxi, dopo aver fatto scalo a Houston. Non prima però di aver rovesciato per terra un’intero bicchiere di the, senza sporcarmi. Sono qua perchè sto ancora seguendo quell’idea.

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