In volo verso Boston

Ci sono momenti in cui la velocità dei nostri pensieri e della nostra vita raddoppia. È uno scatto brusco e perfettamente identificabile. Durante la prima metà di questo viaggio mi era successo a Las Vegas, nel momento esatto in cui feci il primo autostop finendo nell’auto di Mitch, il corrispondente del Toronto Star. Sono momenti in cui spariscono tutte le paure, i dubbi, le scuse che ci diamo e conta solo l’istinto, quello che ci fa fare cose folli, eppure spesso giuste. Il momento ce l’ho avuto di nuovo stamattina. Stavo scrivendo un articolo sul Super Tuesday in uno Starbucks dietro casa di J., a Columbus. Un barbone leggermente pazzo, con la barba e un cappello di lana, ha cominciato a parlarmi mentre ero ancora a metà del pezzo, continuando a distogliermi da quello che stavo cercando di scrivere. Voleva parlare di elezioni, del fatto che lui tifa per Obama nonostante sia un cattolico e della sicura conferma del presidente a novembre. Mentre mi parlava ho sentito una bolla crescermi nello stomaco, forse d’ansia, forse di entusiasmo. Ho capito che non potevo rimanere fermo a Columbus, con Romney a Boston e Santorum a Steubenville, una cittadina dell’Ohio di 20.000 persone al confine con la Pennsylvania dove nacque Dean Martin. Dovevo muovermi. Mentre scrivevo ho cominciato a cercare un volo per Boston. Quaranta minuti dopo avevo mandato il pezzo, avevo fatto la valigia e anche il check in. Ero al gate in attesa di imbarcarmi su queso aereo che fra mezz’ora atterrerà a New York. Dopo altri quaranta minuti di volo sarò a Boston, nella città dove Romney ha il suo quartiere generale, con tre ore di anticipo sul suo party elettorale. Mi sono appena lasciato alle spalle l’Ohio, una piatta e grigia terra di mezzo fra il nord industriale e il midwest rurale. Qua ho visto Romney parlare alla Cleveland State University e in un edificio di Zanesville che non sono riuscito a capire cosa fosse, forse un albergo boutique. L’ho sentito ripetere per due volte, e non erano le prime, la storia di come in quarta elementare sua moglie Ann fosse innamorata di lui, che invece neanche la vedeva, e di come poi a una festa a sedici anni disse a un suo amico che la stava riportando a casa “sai abito più vicino io a casa di Ann, la riaccompagno io”. L’ho sentito attaccare la Cina che uccide posti di lavoro in America e l’ho sentito dire che lui, da presidente, non lo permetterà. Soprattutto, mentre ero a cinquanta centimetri da lui e alcuni sostenitori gli dicevano di scegliere Santorum come vicepresidente, gli ho chiesto quale fosse invece la sua scelta. “Non te lo dico”, mi ha risposto ridendo. Nella calca mi sono anche imbattuto in Lisa, la giornalista dello Utah che mi aveva dato un passaggio a Las Vegas. “Sono cosí felice che tu ce l’abbia fatta fin qua”, mi dice abbracciandomi e baciandomi. “Ti aspettiamo nello Utah”. Che sarà l’ultimo Stato a votare a fine giugno. La mattina avevo invece visto Santorum a Miamisburg. Introdotto da una preghiera collettiva e dall’inno americano cantato dal coro della Dayton Christian School, Santorum ha catturato l’attenzione dei suoi sostenitori, ha detto che “essere americani è un’idea”, non un semplice fatto di nazionalità, e sono abbastanza convinto che abbia ragione. Su questo aereo mi lascio alle spalle anche la storia meravigliosa di J., ma non lei, che a 22 anni e senza vedere un oceano da dieci mi ha insegnato molto. L’ho salutata al telefono, mentre lei faceva la volontaria ai seggi di Columbus e io mi arrampicavo col fiatone su per i cinque piani di casa sua, un loft industriale con l’ascensore rotto e le scale ripide. In questi giorni lei dormiva da Matt, il suo ragazzo, e mi aveva lasciato la sua camera. L’altra notte sono tornato a casa e ho trovato a fianco al letto il suo computer acceso su Life aquatic, il film di Wes Anderson che le avevo ammesso di non essere mai riuscito a vedere. Accanto c’era una ciotola piena di popcorn e uno snack al cioccolato.

Mentre questa piccola supposta blu da 48 posti barcolla in mezzo a robuste turbolenze a un passo da New York, la non più giovane hostess della US Airways mi intima di spegnere il telefono e l’iPod e io fingo di non capire. Infine mi adeguo, non prima di una virata sulle brownstone di Brooklyn e un’altra più decisa sulle villette del Queens. Noto che il mio vicino ha di gran lunga più paura di volare di quanta ne abbia io. Sorrido e cominciamo a buttarci verso il mare intorno al Laguardia.

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