Il moto perpetuo del candidato

Mentre il sole è tramontato sulle campagne dell’Ohio, appoggio la testa al finestrino di questo ennesimo Greyhound che stanotte mi porterà a Columbus, capitale dello Stato. Mi lascio alle spalle Cleveland, il suo grigiore invernale e la neve che ha cominciato a cadere proprio mentre lasciavo casa di Meghan. Non l’ho più vista da ieri sera, oggi lavorava all’ospedale dei veterani. Non c’era molto da fare a Cleveland, ma siamo stati insieme alla hall of fame del Rock’n’Roll. C’erano memorabilia di ogni epoca, dagli anni cinquanta a oggi. Sono rimasto impressionato Soprattutto dagli oggetti dei Beatles e dei Rollig Stones, disposti gli uni davanti agli altri in una saletta di passaggio. Mentre salivamo all’ultimo piano del museo ci siamo poi imbattuti in una vecchia rockstar ingobbita dagli anni, dal troppo alcol e probabilmente dalle droghe. Era nascosto in una cabina, ascoltava musica con gli occhi chiusi, le ginocchia piegate e un sorriso soddisfatto sulla bocca. A farmi accorgere della sua presenza è stato inizialmente l’odore acre e intenso di alcol che emanava. Aveva in testa un cespuglio di capelli ancora neri e gonfi, e sulle spalle forse sessant’anni mal portati. Era magrissimo, indossava un giacchetto di pelle nero, dei jeans attillati e un paio di stivaletti sempre di pelle nera, a cui si aggiungeva un anello a ogni dito, fatta eccezione per il pollice. L’abbiamo rincontrato venti minuti più tardi al negozio del museo. Cercava intensamente qualcosa che però non riusciva a trovare. Forse il portachiavi del gruppo in cui aveva suonato per un anno, o a cui magari aveva aperto un concerto sul finire degli anni settanta. Oppure lui di quel gruppo era il leader. Non glie l’ho chiesto, non lo saprò mai. Il mio viaggio a Columbus è una scommessa. Ieri ho parlato con Rick, mi ha detto che domenica sarebbero stati in un altro Stato e che sarebbero tornati in Ohio lunedí. Andando per esclusione ho scelto la capitale. Martedí poi Romney e la sua carovana saranno a Boston per il Super Tuesday. È un moto perpetuo, quello del candidato, del team e dei giornalisti. Negli ultimi giorni sono stati nello Stato di Washington, in Idaho, in Ohio e in non so quali altri posti. Ieri ho assistito a una discussione divertente in sala stampa: non riuscivano a capire in che fuso orario fossero, erano andati in confusione. “Eastern time”, gli ho detto intromettendomi nella discussione. “Viaggio via terra”, ho aggiunto ridendo. È stato facile, specie perchè sono piantato in riva ai Grandi Laghi da ormai otto giorni. La mia campagna elettorale è molto più statica di quella dei candidati.

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