Columbus, dal bancone di un bar

Robert è il proprietario di Mike’s, un bar and grill di Columbus che non ha cucina. Ha i capelli a spazzola grigi, la barba corta e incolta, le braccia muscolose e la pelle levigata dagli anni. Indossa una tshirt grigia dell’esercito e un paio di jeans da cui spunta il calcio di una pistola. Robert è un duro dai modi gentili, ha sessant’anni, è ispido quanto sensibile e mi offre da bere una Yuengling. Io però non riesco a togliere gli occhi da quella pistola infilata nei pantaloni. Da Mike’s c’è un’umanità considerevole, persone di ogni età ed estrazione sociale che bevono insieme, ascoltano musica country e ballano solo quando ispirati. Oltre a un pugno di trentenni c’è un folto schieramento di anziani ubriachi intorno al bancone, uomini e donne. C’è un ragazzo sporco di sangue sul mento, forse è caduto, una signora nera con solo quattro denti e molto distanziati, un anziano ubriaco che molesta le poche ragazze giovani continuando a perdere l’equilibrio e una donna di sessantacinque anni completamente calva, con un piercing al naso e un coniglietto di Playboy al lobo dell’orecchio, che festeggia il compleanno del marito. I movimenti di tutti sono rallentati, i discorsi strascicati. Ogni tanto sento Robert che rifiuta di servire un altro bicchiere e consiglia ai suoi clienti di andare a casa. A presentarmelo è stata J., la ragazza che mi ospita. E’ esile, sembra una bambina, e ha i capelli castani e corti che le arrivano al collo. Ha gli occhi che brillano e tutta l’energia dei suoi ventidue anni. Sulle dita ha uno smalto rosso chiaro e consumato, si rolla sigarette con tabacco American Spirit e parla con un forte accento dell’Ohio. È nata a Philadelphia, ma è cresciuta a Columbus. I suoi genitori si sono conosciuti a Londra, dove erano nell’esercito. Vengono entrambi da famiglie povere e molto cattoliche. La nonna di J. è stata sposata nove volte, ed ora vive con un marito e numerose armi da fuoco in una specie di campo di addestramento, dove con i loro amici si preparano alla rivoluzione. “Sono dei Tea Party”, mi dice J., “io li ho conosciuti solo quando avevo sedici anni”. Due anni dopo J. è stata cacciata di casa dai suoi genitori. Aveva passato la notte a casa di un ragazzo, un amico, si era semplicemente addormentata sul divano. Senza soldi, senza un posto dove andare, J. ha cominciato a vendere “roba”, per tirare su dei soldi. Camminando per le strade di Columbus J. saluta decine di persone, sembra conosca tutta la città. Erano tutti suoi clienti, mi dice poi. Un giorno andò a fare una consegna al dipartimento di arte della Ohio State University. Il cliente era un ragazzo che aveva appena venduto due quadri. Non avendo soldi per pagarla il ragazzo le disse di seguirla a casa della persona che li aveva comprati, dove avrebbe ritirato il pagamento per i suoi lavori. Finirono a cena con tutta la famiglia, quella persona si innamorò di J. e decise di offrirle un lavoro. J. è una ragazza vivace, brillante. Ha fatto pace con i suoi genitori, ma non è più tornata a casa. Si è laureata in estate e il prossimo autunno presenterà domanda d’ammissione alle migliori Law School del paese, a cominciare da Yale.

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