In viaggio con gli amish verso Cleveland

“Perchè ci sono cosí tante chiese a Detroit?”, chiedo a Michael mentre mi accompagna alla stazione del Greyhound. “Troppi peccatori”, mi risponde serio prima di scoppiare in una risata coinvolgente. Michael è stato un amico piacevole, un padrone di casa elegante e mi ha persino dato la chiavi. “Ti fidi”, gli avevo chiesto. “Mica vuoi essere deportato”, mi ha risposto sempre ridendo. Michael mi ha detto di credere in un contratto sociale. “Puoi fare bene, puoi essere ricco, e va benissimo”, mi ha spiegato. “Però allora sei responsabile di aiutare gli altri”. Con queste poche parole credo che abbia interpretato tutto il senso della benificienza e del “give back” americano, restituire cioè parte di quanto si è avuto per aiutare chi è stato meno fortunato. “Eccoci di nuovo”, penso mentre varco le porte della stazione del Greyhound di Detroit insieme a due tossici che puntualmente saliranno poi sul mio stesso autobus. E’ tutta un’altra popolazione quella che viaggia insieme a me. C’è un anziano col cappello di lana, i capelli ancora neri e ricci, la pelle scurissima e scavata e occhi di un blu cosí scuro che non avevo mai visto. Con un forte accento straniero, forse indiano, mi chiede più volte in quale città ci troviamo. “Columbus”, mi dice. “Detroit”, rispondo. “Columbus”, ripete nuovamente con uno sguardo disorientato. C’è un uomo con una valigia enorme, una combinazione che ho già incontrato parecchie volte. In questi primi cinque giorni in Michigan ho speso solo 345 dollari, compresi i 155 dell’aereo da New York e i 38 dell’autobus per Cleveland. Non ci sono altri bianchi, a parte i due amish che mangiano popcorn da un contenitore di metallo fuori produzione da fine ottocento. Lei ha il fazzoletto bianco legato intorno alla testa e un’età indefinita, fra i quaranta e sessanta anni. Ha le mani tozze e le unghie deformate dal lavoro nei campi. Non apre bocca mentre parlo con David, suo marito, che ha una barba buffa e la classica frangetta da frate francescano che viene anche a me quando mi affido a barbieri maldestri. Parliamo di quei famosi amish che tagliavano barbe e capelli in Ohio, una storia che avevo scritto un paio di mesi fa. “Davvero ne avete parlato in Italia”, mi chiede sorpreso. “Certo che li conosco, ma quelli non sono amish, sono un culto deviato”, mi spiega prendendo le distanze. David e sua moglie fanno parte di una comunità del nord del Michigan, “150 famiglie”, e stanno andando in Pennsylvania. “Prendiamo gli autobus, ma non gli aerei. E non guidiamo la macchina”, mi dice. Internet non lo incuriosisce e non usano il telefono, “se non quello dei vicini in caso d’emergenza”. Mi fa mille domande, mi chiede se in Italia ci sono fattorie e se sono moderne. Ci salutiamo, mi da la mano ed è ruvida e dura come la corteccia di un albero. Ho sentito i graffi sul palmo della mano per almeno un’ora. Sull’autobus mi siedo dietro di loro. Partiamo, e mentre la pioggia comincia a tracciare lente scie sui vetri offuscando il Michigan che ci stiamo lasciando alle spalle, David si gira all’improvviso e mi guarda con gli occhi innocenti e ingenui. “Scusa, ma che lingua si parla in Italia”?

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