Monthly Archives: March 2012

Torno subito

In questi giorni a New York ho deciso di non scrivere nulla. Ero un po’ stanco. Ora sto andando all’aeroporto, fra due ore parto per Parigi e giovedí sarò in Italia, dove resterò fino al 22. Nei prossimi giorni arriveranno comunque altri racconti, nuove foto e nuovi post. A cominciare dalle menzioni promesse e dalla lista delle spese! Ciao a tutti!

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Voto Mitt perchè, New Orleans

Janet: per i suoi valori e perchè abrogherà la riforma sanitaria Continue reading

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Highway 61

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Le foto di Chicago

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Bourbon Street, il Mississippi e la vittoria di Santorum

La street car mi lascia a un isolato da Bourbon Street e vengo accolto dal suono di trombe e sassofoni prima ancora di addentrarmici. Attraverso Canal Street e comincio a camminare su Bourbon. Intorno a me vedo solamente ubriachi che urlano e turisti. Una sessantenne completamente tatuata fa i tarocchi in un angolo. C’è odore di vomito e sigaretta, che di tanto in tanto viene sovrastato da quello di carne alla brace. La musica a tutto volume che esce dai locali crea un frastuono confuso da luna park, mentre una prostituta sdentata, con la pelle nerissima e molto magra adesca clienti su vertiginosi tacchi di plastica, quasi totalmente nuda. Turisti di ogni età bevono grossi cocktail da bicchieri di plastica colorati. Un uomo spinge a fatica un enorme carrello per gli hot dog a forma di hot dog. Lungo la strada ci sono cinquantenni affacciati ai balconi in ferro battuto che sorseggiano cocktail e osservano la gente che passa urlando sotto di loro, con al collo le collane colorate del mardi gras. Una quarantenne robusta indossa una fascia fucsia con la scritta birthday girl, mentre il fidanzato magro e titubante la segue un passo indietro. Vedo un gatto al guinzaglio, gruppi di uomini che entrano nei gentleman’s club dopo averli scelti con cura sbirciando all’interno, enormi bicchieri di plastica traboccanti di birra. Vecchi ubriachi mi fissano immobili con uno sguardo perso e bieco. Scappo verso il Mississippi, che mi accoglie placido, marrone e calmo. Sento il verso dei gabbiani e vedo in lontananza un ponte di ferro e delle gru, mentre l’ultimo battello a vapore rimasto si allontana sbuffando e una chiatta si muove lentamente in mezzo al fiume. Resto a guardare il Mississippi incantato, come sempre affascinato dall’acqua, mentre il sole tramonta e Rick Santorum si assicura con largo margine la vittoria in Louisiana, ottenendo quasi il 50% dei voti e distanziando Romney del 22%. Un trionfo molto più ampio di quanto prevedevano i sondaggi, ma comunque ininfluente in termini di delegati. Gingrich finisce terzo, e il suo ritiro credo sia ormai imminente. L’unico aspetto importante della vittoria di Santorum è che in Louisiana i conservatori, che finora si erano divisi fra lui e Gingrich, hanno scelto compatti l’ex senatore italoamericano. L’unica speranza per Santorum è proprio questa. Ora dovrà conquistare per intero il voto dell’ala destra del partito e sperare in un contemporaneo passo falso di Romney. Il quale però ormai è cosí sicuro di avere la nomination in tasca che si è preso un finesettimana di vacanza dalla campagna elettorale e sabato è andato al cinema con i nipotini a vedere Hunger Games.

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New Orleans e lo speaker Gingrich a Tulane

A New Orleans si può bere in strada, e già questo basterebbe a renderla una città più felice e libera. Poi salgo sulla street car, il loro tram, e mi imbatto in un ragazzo afroamericano che tira fuori il sassofono e inizia a suonare scatenando l’entusiasmo dei passeggeri e del conducente, che lo aveva istigato a suonare e poi si propone come agente. C’è aria di festa in questa città, le persone sono rilassate e sorridenti e sembra sempre un sabato primaverile. Probabilmente anche perchè sono qua durante un weekend di primavera. In strada è facile incrociare ubriachi con il volto pallido che barcollano. Il cibo è fritto, piccante e delizioso. Alex mi racconta che una volta suo nonno diede uno dei primi lavori a Newt Gingrich, in un piccolo college della Georgia, e non ne va particolarmente fiero, essendo la sua una famiglia liberal. Alex ha vent’anni, è al terzo anno d’università e studia public health. È molto brava, oltre a essere particolarmente sportiva. Gioca anche a calcio, particolare che le farà guadagnare una lode quando le lascerò il mio giudizio sul sito di couch surfing. Anche Martina gioca a calcio e una volta abbiamo battuto in coppia due nostri amici su una spiaggia di Favignana. Ad ogni modo Alex, che è veramente simpatica e alla mano, ha anche un programma alla radio di Tulane, dove suona musica indie. La settimana scorsa ha lasciato Noah, il suo ragazzo venticinquenne. “Ho solo vent’anni, mi devo concentrare sullo studio”, mi spiega già visibilmente ubriaca prima di uscire di casa, con in mano un bicchiere di gin e roba rossa. New Orleans è tutta portici, dondoli, colonne, balconi e ferro battuto. Prati verdissimi e alberi robusti e rigogliosi. È una città pacifica e speciale. In giro però non si respira aria di voto, sembra che gli elettori siano tutti nascosti in sottoscala male illuminati, come carbonari. Stamattina però è passato un camion dei pompieri con a bordo una famiglia che chiedeva di votare per Stacey Head. Non ho idea di chi sia. Sul retro del camion un dodicenne tremendamente annoiato teneva in mano una bandierina elettorale, mentre la madre parlava al megafono, sembrando più l’arrotino del paese che altro. In giro ho visto solo due cartelli di Gingrich piantati nei giardini, di cui uno, rovesciato dal vento peraltro lieve, marciva nel fango. Un po’ come la candidatura dello speaker, che nonostante abbia il maggior senso dell’umorismo fra i politici in gara, ha ormai i giorni contati. Il comizio di venerdí all’università di Tulane, in una platea di studenti liberal, se l’è giocato benone, era affabile e sembrava un nonno che aveva studiato a Tulane quaranta anni prima e ricordava i bei tempi andati. Gingrich qua ha ottenuto un master e un dottorato in Storia dell’Europa moderna, fra il 1968 e il 1971. Ha anche vissuto a Bruxelles per sei mesi, durante quel periodo, per fare ricerca sulle politiche educative del Belgio in Congo fra il 1945 e il 1960. Anche quando è di buon umore , guardandolo ho sempre l’impressione che possa tirare fuori qualche diavoleria da un momento all’altro. E infatti quando comincia a parlare di politiche energetiche il suo sguardo diventa malefico, e me lo immagino ridere diabolicamente mentre saltella su una trivella bucherellando tutto il paese alla ricerca di petrolio. A differenza di Santorum, che è più permaloso, Gingrich incassa però le prese in giro con un savoir faire da attore consumato. Come quando una ragazza gli ha chiesto quanto importante è stata l’educazione ricevuta a Tulane per raggiungere la presidenza della Camera. E lui ci ha giocato su, guadagnandosi l’affetto di una platea per lo più ostile.

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Il rally in cui Romney cita Marco Rubio, per la prima volta

Dopo aver dormito per qualche ora, alle 8.30 mi butto nella doccia e mi vesto per andare al rally di Romney al mall di Clearview, nei sobborghi di New Orleans. Questo è l’ultimo rally di Romney a cui assisterò per almeno un mese, visto che il 31 parto per l’Europa. Devo fare il visto, ma dovrei perdere solo le primarie del 3 aprile, niente di tragico. Farò di tutto per trovare un visto in tempo per il voto di New York e Pennsylvania, del 24 aprile. E cosí, dopo essermi accertato che il diluvio sia cessato, esco alla vana ricerca di un taxi, poi ne chiamo uno che arriva in meno di dieci minuti, record americano eguagliato per quanto mi riguarda, e mi porta al mall facendomi vedere gli effetti residui di Katrina. Qualche casa semi distrutta, ma il peggio non è qua, mi spiega Bob, il tassista sessantenne e democratico. “Non mi piace Obama però”, mi dice. “Basta con queste guerre”, attacca. “Abbiamo buttato miliardi di dollari e migliaia di vite umane per portare la nostra democrazia a gente che non la vuole, e ora le cose sono peggio di prima”. Bob è ancora infuriato quando mi lascia venti minuti dopo sul retro del mall, dove ho avvistato i camion delle tv locali. Arrivo che il rally di Romney è iniziato da qualche minuto. Nella piccola saletta, nascosta dietro un ristorante, sono stipate circa trecento persone, per lo più di mezza età o pensionati. Dopo la vittoria in Illinois, Romney mi sembra più rilassato e anche più simpatico, sicuramente più a suo agio. Sente la nomination molto vicina ormai, Santorum è distante nella corsa ai 1.144 delegati. Il tema del rally è la riforma sanitaria di Obama, che Romney vuole abrogare come tutti, ma che spiega però di voler sostituire con un’altra. Poi all’improvviso, senza metterci troppa enfasi, dice una cosa che mi colpisce proondamente. “Come ha detto il senatore della Florida Marco Rubio”, spiega, “anche se questa riforma sanitaria fosse buona, e non lo è, non sarebbe comunque sostenibile”. Ha citato Rubio, e sono convinto che sia la prima volta. Ora che ha allungato su Santorum, soprattutto psicologicamente, Romney sta cominciando a mettere le basi per rendere Marco Rubio una scelta popolare per la vicepresidenza? Vuole far metabolizzare la scelta di un vicepresidente latino cominciando a parlarne pian piano durante i rally? Magari è una coincidenza, ma mi sembra piuttosto strana. Continuo a pensarci mentre l’ex governatore del Massachusetts accusa Obama di mettere a repentaglio le libertà economiche e personali dei cittadini, oltre che quelle religiose. Riceve applausi educati e composti. Elenca le vittorie degli ultimi giorni, elogia Portorico, “abbiamo un ‘conservative tune‘ laggiù”, dice. “Pensate che il governo, appena è stato eletto, ha licenziato migliaia di dipendenti statali”, spiega. E’ vero, ma come mi aveva raccontato Manuel lo fanno per mettere uomini di fiducia al posto di quelli che sono stati licenziati. Termina cosí e parte Born Free di Kid Rock. Per non turbare le orecchie dei numerosi pensionati presenti il volume è però da musica classica. Mentre Romney stringe mani, un uomo sale su una sedia e comincia a urlare “governor Romney, metta Ron Paul a capo della Fed”. Si apre una voragine fra Romney e l’uomo. Tutti si girano a guardarlo, Romney con in mano un libro e una penna alza lo sguardo e resta bloccato per un secondo con un’espressione non esattamente brillante, non sapendo cosa rispondere. Poi qualcuno ride e il resto della sala gli va dietro. Romney torna all’autografo, senza dire nulla. A fianco a me una signora tiene in braccio la propria bambina di tre anni, con gli occhi azzurri e la frangetta bionda. La bimba è annoiata e si appoggia imbronciata alla spalla della mamma. “Questo signore si chiama Mitt Romney e corre per la presidenza degli Stati Uniti”, spiega la madre alla figlia. “Dici che ce la farà?”, aggiuge. “No”, risponde secca e scocciata la bambina. Chiedo a Garrett, collega di Nbc che dall’estate scorsa non ha perso un rally, se ha mai sentito Romney citare Rubio. Mi risponde di no, “mi sembra che sia la prima volta che lo cita, effettivamente potrebbe non essere una coincidenza”. Continuo a pensarci. Saluto Rick, il capo della traveling press che sembra stranamente felice di vedermi, saluto Sarah e Nicole, che stanno tornando a New York per il weekend, ed esco nel corridoio affollato di sostenitori che chiacchierano fra loro. E in fondo vedo Sam, seduto su una panchina di legno, che beve in silenzio la sua tazza di the, mascherando un sorriso ironico. Sulle ginocchia ha un cartello azzurro, quello di Obama 2012.

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