Michigan are you ready to rock

Nazril Islam ha una cinquantina d’anni e viene dal Bangladesh. Ha fatto il minatore a Dubai, ha vissuto qualche anno a New York e ora si è trasferito a Detroit, dove il figlio frequenta l’università. “Fra un paio d’anni mio figlio finisce gli studi e allora tornerò a New York”, mi dice in un inglese che non so come sono riuscito a capire. Nazril mi racconta che a Detroit vive in una comunità di 10.000 connazionali. “Siamo tutti democratici”, mi spiega. “Facciamo anche dei fundraising”. Evito di spiegargli che sono diventato un esperto in materia. Nazril è il tassista che mi porta da Detroit a Clinton, dove abita Ed. Stanotte passerò la notte da lui, per poter assistere al rally di Mitt Romney a Royal Oak, cittadina del Michigan dove viveva Jack Kevorkian, il “dottor morte”, il medico che finí in galera per aver aiutato almeno 130 pazienti a suicidarsi. Ad accompagnarmi a Royal Oak è Matija, un ragazzo tedesco che sta facendo uno stage da Ed e vive a casa sua. Matija, che è alto, magro, biondo e porta dei baffi sottili per sembrare più grande, in realtà è fuggito dalla Croazia con la madre durante la guerra, mentre il padre divenne un alto ufficiale dell’esercito. Vivevano a Osijek, vicino al confine con la Serbia. Quando arrivarono a Kaiserslautern Matija, che ha la mia stessa età, aveva dieci anni, ma mi dice di ricordare perfettamente il sibilare delle bombe che cadevano su Osijek. “Erano almeno tre fischi diversi”, mi dice. “Sentivi questo sibilo e poi l’esplosione. A volte era in lontananza, a volte invece molto vicino”. Mi dice che dopo i primi tre giorni di paura, per quello che ricorda, la sua famiglia cercò di continuare a vivere normalmente. Poi però fuggirono. In poco tempo suo padre divenne un alto ufficiale dell’esercito. Finita la guerra aveva trent’anni ed era già in pensione. Non ha più lavorato ed è rimasto in Croazia. Matija invece ha studiato legge e ora vive a Berlino con la sua ragazza. Ha lavorato per un po’ al parlamento tedesco, poi è venuto qua a Detroit a fare uno stage di due mesi da Ed, che conosceva il suo capo, visto che doveva aspettare per poter cominciare il praticantato. Arriviamo al Royal Oak Music Theather dopo ave mangiato un hamburger poco lontano. Appena dentro vedo il giornalista con il cappellaccio, quello che ho incrociato ovunque fra Des Moines, Charleston, Jacksonville, Tampa, Las Vegas, Denver e forse anche altrove. Poi vedo le prime facce amiche da quando sono partito. Sorrido. Mi sono mancate un sacco. Ho la solita sensazione di essere tornato a casa, su questa carovana che scompare e riappare identica in ogni sperduto angolo d’America. Come in un passaggio segreto, sei in una piccola cittadina di periferia distante miglia e mondi interi dal palcoscenico della politica nazionale, ma basta aprire una porta per ritrovarti a Washington, sotto le luci della Cnn e di Fox News e fra questa corte si giornalisiti e membri dello staff che sono quasi diventati una famiglia. Io mi sento come un loro lontano cugino, uno di quelli che vedi solo ai matrimoni. Sono passati due mesi ormai, da quella mia prima notte a Des Moines, il primo gennaio. Vedo un collega italiano, qualche americano e anche Rick, in lontananza, l’addetto stampa di Romney con cui avevo discusso a Denver e che poi accettò le mie “italian apologies” via email. A introdurre Romney sono il governatore del Michigan Rick Snyder e soprattutto l’attorney general del Michigan Bill Schuette, uno showman che riscalda la folla. “Michigan are you ready to rock”, ripete, “Michigan are you ready to roll”. Entra Romney, che racconta la solita storia della fidanzata del liceo diventata poi sua moglie, spara la solita grande quantità di numeri e poi cala il colpo a sorpresa. Kid Rock.

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