Le rovine di Detroit

Detroit è come una vecchia villa aristocratica messa a soqquadro dai ladri. E’ stata una bella città, si vede il ricordo di uno splendore antico, ma non è riuscita a opporsi al passaggio del tempo e ora giace abbandonata come l’immondizia trascinata dal vento ai piedi delle recinzioni metalliche che separano le sue case dal nulla. La prima metà del novecento l’ha resa ricchissima, la seconda metà è stata un lento degradare verso l’abbandono. Se ne sono andate milioni di persone, e chi è restato ne parla ora con amorevole rassegnazione. In giro si incontrano poche macchine e pochissime persone. Gli edifici del centro sono imponenti, costruiti negli anni trenta e quaranta. Erano all’avanguardia, come del resto lo era Detroit al tempo. Gotico e art deco si mischiano, ci sono migliaia di finestre, che però per la maggior parte oggi restano chiuse. Questi edifici sono deserti, come lo sono il centro e la periferia di questa città che ha visto fuggire la propria middle class negli ultimi cinquant’anni. Vecchie Camaro o Dodge ti sorpassano rombando su queste strade troppo grandi del centro, da cui sono fuggite le grandi case automobilistiche per rifugiarsi nei sobborghi. Lasciandosi alle spalle voragini mai riempite. Non c’è traffico, e le macchine sono tutte grigie, beige, marroni o nere, con forme anni settanta e ottanta. E’ la città dell’auto, ma qua nessuno può permettersi di comprarne una nuova. A pochi passi dal centro, proprio dietro gli stadi dei Detroit Lions e dei Tigers, le squadre di football e baseball, c’è una vecchia ferrovia con un treno merci abbandonato, trasformato in un album da disegno. E’ una città di pali storti e insegne che pendono. Non si contano gli edifici in vendita o abbandonati, le grandi chiese ormai vuote, ma ancora maestose. Molte sono polacche, ma ci sono anche sinagoghe e moschee. “Trova Gesù nel Corano”, dicono due adesivi attaccati alle finestre della moschea di Detroit. Girando per la città vedi case che i proprietari cercano di salvare accanto a case che cadono a pezzi e a lotti di prato ingiallito dove una volta sorgevano villette. Anche i negozi aperti danno l’impressione di essere abbandonati. Nel Lower East restano solo poche case abitate, molte diroccate, qualche chiesa e un liquor store. Lo chiamano beffardamente party store. Ci sono alberti abbattuti, mucchietti di neve agli angoli delle strade e un vento gelido che arriva dal Canada. Anche per questo in strada non si incontra nessuno, se non qualcuno nascosto nel cappuccio di una felpa larga quanto i jeans calati fin quasi alle ginocchia. Pochi coraggiosi, o più semplicemente disperati senza una macchina. “I mezzi pubblici in questa città sono fatti apposta per farti comprare una macchina”, mi aveva detto Michael ridendo. Le fermate degli autobus sono delle gabbie utili più che altro per ripararsi dal freddo. Proprio nel Lower East spuntano all’improvviso tre o quattro isolati colorati, che stonano con l’atmosfera grigia e spettrale del quartiere. E’ l’Heidelberg Project, ovvero case e giardini abbandonati colorati e decorati con una montagna di oggetti trovati per strada. A realizzarlo nel corso degli ultimi venticinque anni è stato Tyree Guyton, che oggi è il direttore artistico dell’area. I quartieri intorno al centro sono tutti uguali e semiabbandonati, come lo è il vecchio stabilimento Ford di Highland Park, dove veniva assemblata la Model T, la prima automobile figlia della catena di montaggio. Migliaia di finestre rotte, vetri in terra e assi di legno. Case di legno afflosciate su se stesse si alternano a villette mantenute a fatica dai proprietari. Poi ci sono case di mattoni abbandonate, a cui mancano muri interi. “Le persone vengono di notte a rubare i mattoni, per poi rivenderli”, mi spiega Ed, amico di Michael e membro del partito democratico di Detroit. A queste case mancano gli angoli, o hanno grandi voragini al posto delle finestre. Mattone dopo mattone vengono derubate, fino a farle crollare. “Questa non è recessione, ma è depressione”, afferma Ed. Eppure questa città ha tesori nascosti, come il Detroit institute of Arts. All’interno c’è Detroit Industry, una meravigliosa serie di murales di Diego Rivera commissionati da Henry Ford e che rappresentano la catena di montaggio dello stabilimento Ford. Gli operai di Rivera, pittore messicano e comunista, oltre che marito di Frida Kahlo, hanno pose eroiche mentre i loro capi li osservano con aria truce e sguardi inquisitori. Il messaggio politico di Rivera, molto evidente, mandò su tutte le furie Henry Ford, un uomo profondamente conservatore cresciuto in una fattoria nelle campagne del Michigan. A salvare i murales di Rivera fu Edsel Ford, che litigò col padre pur di impedire che fossero distrutti. “Il problema di Detroit è che le persone non si sono mai messe d’accordo”, mi spiega Ed, “è per questo che la città è caduta in disgrazia”.

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