La grande fuga da Detroit

Secondo gli abitanti di Detroit sono stati cinque giorni a cambiare  destino di questa città, passata in qualche decennio da 1,8 milioni di abitanti a una popolazione di 700.000 persone. Negli anni quaranta e cinquanta questa era una delle città più ricche d’America. “Ricordati questa data”, mi dice Ed, membro del partito democratico e custode della memoria cittadina. “Il 23 luglio del 1967”. Ai tempi Detroit era una città benestante, con pochi ricchi, pochi poveri e una grandissima middle class che si allargava quartiere dopo quartiere. Il Michigan era forte della sua industria automobilistica che sembrava invincibile e aveva un governatore molto amato, George Romney, il padre di Mitt. “C’erano anche grandi foreste”, mi dice Ed, “il legno del Michigan ha costruito il nordest”. Ford, Gm e Chrysler davano lavoro a tutta la città. “Qua la vita era il massimo”, ricorda. “Avevamo tutti una casa in città, un cottage sui laghi, un’auto e una barchetta. Se venivi licenziato prendevi l’80% dello stipendio fino a che non venivi riassuto. C’era la fila per essere licenziati”. Il 23 luglio del 1967 però le cose cominciarono a cambiare. Erano le prime ore dell’alba quando la polizia fece irruzione in un locale notturno della 12th street. Il bar era noto come blind pig, vendeva alcolici senza permesso ed era aperto oltre l’orario di chiusura. La polizia pensava di trovare all’interno appena venti persone, ma ce n’erano almeno ottanta. Stavano festeggiando il ritorno di un veterano dal Vietnam. Mentre tutti i presenti venivano arrestati, fuori dal bar cominciò a radunarsi una piccola folla. Era un bar frequentato da afroamericani e l’intervento della polizia, al tempo erano tutti bianchi, fece scoppiare la rivolta. Alcune persone cominciarono a saccheggiare un negozio di vestiti lí vicino e in poche ore gli scontri si allargarono a tutta la città. In quei cinque giorni persero la vita 43 persone, 467 furono ferite e 7.200 arrestate. Oltre 2.000 edifici vennero distrutti e per fermare l’insurrezione George Romney fu costretto a inviare la Guarda Nazionale e il presidente Lyndon B. Johnson mandò l’esercito. Secondo gli abitanti di Detroit l’esodo è cominciato allora, e ha avuto forti motivazioni razziali. Fuori da una chiesa di Linwood Road, durante la rivolta del 1967, la statua di una Madonna venne pitturata di nero. Da allora il volto di quella Madonna è pitturata di nero ogni anno. “Bianchi e neri litigavano per comandare”, ricorda Ed, e la middle class cominciò ad abbandonare Detroit, proprio mentre le grandi case automobilistiche sceglievano di lasciare il centro e trasferirsi nei sobborghi. “Le persone si traferirono anche per motivi scolastici”, racconta Ed, “andarono in periferia alla ricerca di un’istruzione migliore per i propri figli”. Dopo il 1967 le case cominciarono a perdere valore. Disfarsene divenne sempre più difficile. Le cose peggiorarono durante la crisi dell’industria automobilistica negli anni ottanta, ma è stato solo negli ultimi anni che la città ha ricevuto il colpo di grazia. “Ora le persone rubano di notte i mattoni dalle case abbandonate e li rivendono”, mi spiega Ed. “Sono rimasti solo due ospedali e la Wayne State University a dare posti di lavoro. Non c’è immigrazione”. Vendere la propria casa divenne impossibile, non valeva più niente. “Casa mia ha perso 4.000 dollari di valore solo quest’anno”, mi spiega Ed. Le persone rimasero bloccate qua senza neanche i soldi per mantenere le proprie case. “Questa non è recessione, è depressione”, continua Ed. “Le case automobilistiche sapevano che sarebbe arrivata e hanno provato a cambiare le cose. Ford ha reagito più in fretta, Chrysler invece è stata distrutta dai tedeschi. Fiat però sta facendo un ottimo lavoro. Sergio Marchionne ha studiato a Windsor, in Canada, proprio al di là del fiume. Conosce questa zona, ne capisce la cultura”. Secondo Ed a uccidere l’industria automobilistica sono state le banche, “che hanno smesso di erogare prestiti. L’auto è il secondo grande acquisto che fai, dopo la casa. E infatti prima si è bloccato il mercato immobiliare, poi l’industria automobilistica”. È stato cosí che il Michigan è precipitato nel baratro. “E’ come avere un morto in famiglia”, spiega Ed. “Ancora in città la gente sta cercando di elaborare il lutto”.

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