L’incontro con Rick Santorum

A Denver i taxi costano molto meno che a Las Vegas. Secondo Google Maps tutto è distante dieci minuti in città, e io me la cavo con dieci o dodici dollari. Per fortuna, perchè i soldi sono agli sgoccioli. Appena tornerò a New York mi sa che inizierò una nuova nuova carriera di cameriere illegale. Quando chiamo il taxi per andare ad assistere al rally di Santorum, che non vedo da Jacksonville, la signora che risponde si incazza perchè non ho il numero civico e con gli incroci non ci fanno niente, loro. “Richiama quando hai un civico”, mi dice ringhiando. Io sono stanco e col mal di testa, non ho ancora smaltito il lungo viaggio di domenica. Santorum parlerà fra quaranta minuti. Vedo Whole Foods ed entro a mangiare qualcosa. “Pazienza”, mi dico. Mangio una pizza al retrogusto di muffa. Manca mezz’ora e non ho più voglia di sbattermi. Esco per tornare a casa e mi imbatto nel numero civico del concessionario Mercedes affacciato su Colorado Boulevard, che è un vialone a sei o otto corsie. Il numero 900. Ci penso un attimo e provo a richiamare, mi mandano una macchina. Non c’era più la donna di prima, ma un ragazzo. Mancano venti minuti. Inizia a nevicare, passano dieci minuti, sono all’incrocio con Kentucky Avenue. Vedo un taxi che svolta verso l’ingresso della concessionaria, mi sbraccio ma non si ferma. Lo rincorro ma svolta di nuovo, girando intorno all’edificio. Richiamo la compagnia dei taxi, col fiatone. “Andrea, sta arrivando”, mi dice la voce. Per la seconda volta un dipendente di una compagnia di taxi mi chiama per nome. Mi era successo anche a Las Vegas, quando Betty, la ragazza con cui avevo parlato il giorno prima, mi aveva detto “is this Andrea?”. Per due volte quei centralini misteriosi sono sembrati reali, vivi. Torno su Colorado Boulevard e vedo la macchina ferma. Entro. “Sorry man, non ti ho visto”, mi dice Miguel, il tassista messicano. Vive a Denver da quattordici anni. In dieci minuti arriviamo al Cable Center di Denver. Sono le 7 e 5. Santorum è nell’edificio, ma non ha ancora parlato. Sorrido.

Mentre aspetto Santorum comincio a parlare con sostenitori e volontari. Ci sono un centinaio di persone, forse qualcosa di più e una ventina di giornalisti, forse qualcosa di più. Ci sono luci gialle e grandi schermi su cui sventolano bandiere americane e volano aquile. Incontro Frank, un italoamericano, nonni di Siracusa e calabresi. Viene dalle montagne intorno a Denver. “Siamo in tanti italiani qua”, mi dice. Ha lavorato alla campagna elettorale in Colorado. Gli chiedo se è possibile parlare con Senator Santorum, dopo il rally. “Ora vediamo, ti presento una persona, vieni con me”. Facciamo qualche metro fra la folla. “Tom, Tom, lui è Andrea, un paisa”. Tom mi guarda, mi da il suo biglietto da visita. E’ stato il responsabile della campagna in Iowa e ora organizza il Colorado. E’ italoamericano, siciliano. Mi dice qualche parola in siciliano, con un buon accento che sembra quello del Padrino parte II. Chiedo anche a lui se è possibile parlare con Senator Santorum. “Dopo vediamo”. Poi arriva Santorum, la gente lo ascolta in silenzio e lo applaude fragorosamente. Alla fine scatta foto, stringe mani, firma autografi a tutti, fino all’ultima persona. Un’anziana signora gli sfila la cravatta e se la fa autografare. Poi glie ne mette al collo un’altra, sempre da firmare. Se ne vanno tutti. Arriva Tom. Ci avviciniamo a Santorum. “He is a paisa”, gli dice, “un giornalista italiano”. E’ andata così. Due ore prima ero stato a un passo dal tornare a casa.

Torno a casa di Jeff con il quinto autostop, stavolta a rischio più elevato. Mi accompagna Pete, sostenitore di Santorum, antiabortista, scrittore. E’ del Minnesota, ha abitato a Firenze per un anno e se ne è andato a giugno del 1982, mentre io stavo per nascere. E’ affabile, piacevole, sposato con una dottoressa vietnamita conosciuta in Texas. Ha gli occhiali da professore e i capelli castani ingrigiti, ben pettinati. Molto educato, ha quasi cinquant’anni. Guida con attenzione, schiva i mucchietti di neve, che ormai scende fitta su Denver. Faccio l’errore di parlare di politica. “Detesto il partito democratico”, mi dice. “E’ il partito della schiavitù, dell’aborto, il partito che linciava i neri”. Mi dice che mentre i repubblicani lottavano per la liberazione degli schiavi i democratici si opponevano. “Obama è il peggior presidente che abbiamo avuto, peggio di Lyndon Johnson, a cui dobbiamo Medicare e Medicaid e l’inizio di questo governo invadente. I migliori presidenti sono stati Reagan, of course, Lincoln, Washington e Grant”, mi dice guardandomi e indicandomi con l’indice. “Grant è un sottovalutato, ma ha fatto grandi cose”. Casa.

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