Il divano dell’ultima notte

Kelsey legge i miei stessi libri, e fa la giornalista per una rivista di Denver. Ha vestiti hipster e capelli biondi. È vegana, “ma le bistecche erano il mio piatto preferito”. Ha 22 anni e ha già fatto un master in giornalismo all’università del Missouri. Dopo la laurea voleva andare a New York, ma poi l’hanno assunta qua. “Mi pagano l’assicurazione”, mi spiega. È molto simpatica e la sua casa bella e ordinata. Ha un piccolo gatto trovato in mezzo alla neve che si chiama Leika, come la cagnetta spedita nello spazio dai russi. “Sto scrivendo un libro su quella cagnetta”, mi dice timidamente, “sei il primo che indovina il motivo del nome”. Deduco che il gatto non lo abbia visto nessuno, ancora. È la mia ultima sera e dormo sul suo divano, che sembra molto comodo. È un vecchio divano vintage che mi sembra perfetto per questa notte. Jeff era una persona estremamente buona e gentile, ma la sua ex fidanzata era orribile e mi faceva quasi paura. Era una casa dove si respirava malumore a pieni polmoni, ma a Jeff sembrava non importare. “Ho scelto la musica, è la mia passione”, mi ha detto quando ci siamo salutati con un abbraccio. “Andrò a Austin e cercherò lavoro come pompiere”. Austin è una roccaforte liberal nel cuore del Texas conservatore, da dove viene invece Kelsey. È di San Antonio, sua mamma è battista e suo papà metodista, molto religiosi. A lei invece non importa nulla. “Ti va una birra”, mi chiede appena posate le valige. “Certo”, le dico. “E ti piace Jack Kerouac”? Rispondo di sí. “Il bar dove andiamo era uno dei quattro che frequentava qua a Denver, si chiama Hornet”. Bella scelta. È vicino casa, e là incontreremo i suoi amici Pam e JT (che poi ho scoperto essere le iniziali dei suoi due nomi: John Terry). Tre Sierre Nevada e un whiskey più tardi torniamo a casa. È l’una di notte e sono ubriaco, ma lo nascondo con destrezza. Mi hanno voluto offrire tutto loro. “Li ho conosciuti mentre seguivo Occupy Denver per la rivista”, mi racconta Kelsey lungo la strada. “JT lo hanno arrestato una decina di volte”. Quando durante la serata raccontava dei suoi arresti pensavo che scherzasse. Dormo profondamente, e probabilemente russo. Mi sveglio alle cinque per controllare la posta. Ha ragione Martina, sono un addict. Mi riaddormento e mi sveglia una telefonata alle 8. Devo completare la chiacchierata con Santorum e scrivere un pezzo su Santorum in Colorado. Fatto questo è ora di partire. Si torna a casa, dopo venti giorni.

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