Teleprompter e servizi segreti, la vittoria di Romney

La vittoria in Nevada non era in discussione e Mitt Romney per festeggiarla ha scelto il Red Rock Casinò di Las Vegas. Scelta curiosa, visto che sia lui che molti dei suoi sostenitori sono mormoni e non ci potrebbero entrare. Vado in taxi. A guidarlo c’è Mike, un settantenne coreano che in realtà si chiama Chen. E’ in America da cinquanta anni, era arrivato per uno scambio culturale e non è più tornato. Dopo aver fatto l’ingegnere elettronico tutta la vita a Fullerton, nel sud della California, ora guida i taxi. “Fa bene alla salute e alla testa”, mi dice. “Incontri un sacco un di persone di ogni tipo, un sacco”. Soprattutto salgono ubriachi. “Tanti, troppi. E non li sopporto”, mi dice con un sorriso. “Quindi c’è Romney al Red Rock”, mi chiede. Mike è repubblicano, ma non ha votato. Il Red Rock Casinò è scintillante, con grandi lampadari di cristallo che pendono dai soffitti e marmi ovunque. Sembra nuovo di zecca. Mi dicono che l’evento è al quinto piano, alla ballroom. Quando esco dall’ascensore con il trolley e tutto il resto c’è il press office ad aspettarmi. Ho l’accredito, ma è quello per la sala stampa. In tutte le altre città la stampa internazionale è stata lasciata fuori dalla sala principale, quella dove parla Romney. Devo riuscire a infilarmi nella sala dove parla Romney, altrimenti tanto vale guardarlo in televisione. Incredibilmente riesco a convincerli. “Devi aspettare qualche minuto qua prima di entrare però, i servizi segreti devono controllare tutti quelli che entrano in sala”. Dopo cinque minuti in attesa con la corrispondente da Washington del Las Vegas Sun, ci fanno entrare. La sala è già piena. Mentre al piano terra migliaia di persone spingono ripetitivamente i pulsanti delle slot machines e puntano migliaia di dollari ai dadi, al quinto piano c’è grande entusiasmo per la vittoria di Mitt Romney. Il palco di Romney è in mezzo. Dietro c’è una tribunetta e ai lati due bandiere americane che pendono dal soffitto. Sulla destra c’è l’area assegnata ai fotofgrafi, ognuno dei quali ha a disposizione una X riservata sul pavimento. Ci sono Getty Images, Ap e Reuters, fra quelli che riesco a leggere. L’area dei sostenitori è off limits. Mi spiegano che i sostenitori, per avervi accesso, devono compilare un modulo su internet e poi vengono sorteggiati. Hanno tutti il cartello di Romney, “Nevada Believes”, e quando Fox News li inquadra urlano e li sventolano. Sono le stesse cose che succedono al Madison Square Garden durante le partite dei New York Knicks. Dopo qualche minuto arriva Ann Romney, con due figli, due mogli e qualche nipote. Tutti sventolano i cartelli, e quando introduce il marito esplodono in un boato, ma non esagerato. In una ipotetica scala dei valori dei boati direi che come consistenza equivale al goal vittoria del Perugia a Chieti, in serie C2. Effettivamente questa vittoria in Nevada conta poco in termini di delegati, 28 su 2.286 totali e 1144 per ottenere la nomination. Il discorso di Romney però dimostra come il pericolo Gingrich sia un po’ più lontano: attacca Obama dall’inizio alla fine, con i sostenitori entusiasti. “Stavolta il vostro voto lo porterò fino alla Casa Bianca”, dice a un certo punto. Gioca in casa, è tranquillo e sfoderà finalmente un buon discorso della vittoria. Rispetto al primo in Iowa (che poi ha anche perso) dove era stato prevedibile e noioso, stavolta è tutta un’altra musica. Finisce di parlare e a coprire gli applausi parte a tutto volume Born Free di Kid Rock. Romney stringe qualche mano e poi se ne va. La sala si svuota, resta qualcuno a chiacchierare e altri a farsi le foto sul palchetto di Romney o davanti a una delle due bandiere americane. Vedo una ragazza che smonta una macchinario e lo carica su un carrello. Mi avvicino. Tammie ha una quarantina d’anni, è afroamericana e di mestiere affitta teleprompter per le convention. Stavolta gli è capitato Romney. Mentre finisce di inscatolare tutti i pezzi, mi spiega il funzionamento e mi dice che “il servizio costa qualche centinaio di dollari”. Poi ce ne andiamo insieme verso l’ascensore. Lei se ne torna in azienda a depositare il grosso carrello che trascina, io me ne vado alla stazione del Greyhound di Las Vegas. All’1.30 di notte partirà il mio autobus per Denver.

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