Jeff e il Colorado

Denver è coperta di neve. Non nevicava così a gennaio da 103 anni. Le strade però sono pulite, i marciapiedi si aprono un varco fra i cumuli di neve e ci si muove facilmente. Se non avessi le Timberland (no, non quelle invernali), camminerei tranquillamente. E così dopo aver visto la primavera, l’estate e l’autunno sono di nuovo in inverno, da dove venivo. La fine di questo viaggio si avvicina. Domani, mercoledì, atterrerò a New York in serata, dopo uno scalo ad Atlanta. Neve permettendo. Ma prima c’è quest’ultima tappa del viaggio. Denver assomiglia a una città anni novanta, per quel poco che ho visto: le macchine, le pubblicità, un po’ anche i vestiti e le pettinature della gente. C’è un cartellone pubblicitario con Mia Hamm in azione. E’ un’ex calciatrice americana, una vecchia stella di ormai quarant’anni che non gioca più dal 2004. Denver sembra un luogo amico. Mi ospita Jeff, un altro couchsurfer. Quando mi vede si apre in un sorriso. E’ di Kalamazoo, nel Michigan, ha 26 anni. E’ una persona semplice e tranquilla, molto sensibile e buono. Genuino, ecco quale è la parola giusta. E’ stato in Italia, mi racconta di aver dormito per sei giorni in un sacco a pelo fra le rovine di Roma, dietro il Colosseo. Gli hanno rubato le scarpe. E’ affabile, con una camminata un po’ strana, come se avesse una gamba di legno, e le orecchie a sventola ma asimmetriche. Casa sua in realtà è dell’ex fidanzata e ci abitano altre tre persone. Lui dorme sulla moquette del salotto, in un sacco a pelo, e la mattina si trasferisce sul letto dell’ex ragazza. A me lascia il divano e qualche coperta impregnata di peli di cani e gatti. Gli animali domestici qua sembrano abbondare: ci sono almeno due minuscoli cani e un gatto nero, di cui mi sono accorto solo dopo qualche ora. Jeff è pacifico, socievole, anche se la situazione è tutto fuorchè amichevole. David, il suo coinquilino, mi saluta con un cenno della testa mentre cucina. Quando rientra Leanna, l’ex fidanzata, con l’altra coinquilina che non mi dice il suo nome, mi danno la mano e si chiudono in camera. Noi usciamo a prendere una birra. Jeff compone musica nel salotto di casa e scrive brevi racconti satirici. E’ un avido lettore di The Onion, per cui spera di poter lavorare ma a cui non ha mai fatto domanda. Di notte ogni tanto lavora come agente di sicurezza per nove dollari all’ora. E’ tornato da un viaggio in bicicletta per gli Stati Uniti, ma non ha il fisico del ciclista. Non è grasso, ma di certo non è magro. Spera di trasferirsi ad Austin, in Texas, “dov’è c’è una bella scena musicale, dove posso trovare una band”. Ad Austin vuole fare il pompiere, qua a Denver non assumono. Ci raggiunge Kyle, che stanotte dormirà anche lui in un sacco a pelo sulla moquette del salotto. E’ del Kansas, non lavora e ha lasciato l’università a metà. “Non sapevo che major scegliere, così ho abbandonato”. Il major qua si sceglie dopo due anni, è la materia in cui ci si laurea. Kyle passa il tempo fumando un sacco d’erba. “E’ tutto quello che faccio, dalla mattina alla sera, non c’è molto da fare in Kansas”. Ha i capelli ricci e biondi e un filo di barba. Quando rientriamo Leanna chiama a rapporto Jeff. Lui va in camera, poi torna. “E’ una brava ragazza”, dice. A me sembra una dittatrice sanguinaria. Chiaramente Leanna non ce l’ha con me, ma con Jeff. “Sai, non mi ci vedevo sposato con dei figli”, mi racconta. “Voglio concentrarmi sulla musica”. Pensavo fosse una persona che si lascia trasportare dagli eventi, invece Jeff ha voluto scegliere.

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