Il lungo viaggio fra Las Vegas e Denver

Attorno a me vedo correre una linea retta nell’oscurità. E’ l’1.30 di notte e sono appena salito sull’autobus che da Las Vegas mi porterà fino a Denver. Dopo sedici ore di viaggio. La linea che vedo è l’orizzonte, dove il cielo scuro incontra il deserto del Mojave che circonda Las Vegas. Siamo una freccia lenta nel buio, andiamo piano e l’autobus è stracolmo. Sembra di essere in Vietnam, più che in America. Poco prima di lasciare Las Vegas ho incontrato Mick, un membro del partito repubblicano del Nevada, fidato amico di Sharron Angle. Mi ha detto che due anni fa Angle è stata sconfitta dal mormone Harry Reid per motivi religiosi: in Nevada mormoni e cattolici sono alleati contro i protestanti. “Non ha perso perchè è un’estremista, figurati che ha persino fatto parte del partito democratico”, mi ha raccontato. “E’ che l’hanno dipinta così”. Sembra che parli di un supereroe, più che di un ex candidato al Senato. Mick è per Gingrich, “quello che più si avvicina ai valori conservatori”, e detesta Romney. Secondo lui il partito repubblicano ha fatto di tutto per favorirlo in Nevada, compreso “spostare le elezioni al sabato prima del super bowl, quando mezza America si riversa a Las Vegas e le persone lavorano giorno e notte”. Effettivamente al caucus dove sono andato ho visto per lo più pensionati e anziani. Magari ha ragione lui. Mi dimentico di Mick, l’autobus passa attraverso un canyon, ma più che vederlo provo a immaginarlo. Nonostante l’odore misto di stalla e bagni pubblici riesco ad addormentarmi. I sedili degli autobus sono di un tessuto così fastidioso che riesce a penetrare anche attraverso i vestiti. Mi sveglio di soprassalto dopo qualche ora. La notte è più chiara, ma è ancora fonda. Siamo circondati da una distesa di sabbia e rocce, spruzzati da qualche Joshua Tree, alberi scarni a cui i primi coloni mormoni giunti da queste parti alla metà del diciannovesimo secolo diedero questo nome biblico. La strada si infila in una gola fra i canyon. Ombre massicce, poi torna il deserto, che mentre il sole sorge comincia a mostrare le sue sfumature. Non è più una distesa marroncina, ma si vedono tracce di terra rossa e gialla. In lontanza ci sono rocce arancioni scavate dal vento e dal tempo, con striature diagonali che da terra puntano veloci verso il cielo. Siamo già nello Utah, la terra promessa di Brigham Young e dei mormoni. “This is the place”, disse Young il 24 luglio 1847 vedendo rocce, arbusti e polvere. Dietro di me c’è una coppia di barboni che puzza e litiga. Accanto a me un ragazzo bianco che dorme a bocca aperta e invade il mio spazio. Siamo sulla Interstate 70. Vedo rocce su cui crescono alberi, sull’altra corsia corrono grandi camion. Sul deserto è caduta la neve. Mentre ci addentriamo nel Colorado si vedono i primi segni di vita. Granai, fienili, stalle e la vegetazione che assume un colore piu verde man mano che il deserto diventa montagna. Lungo la strada ci sono autogrill che vendono hot dog fai da te e tabacco da mastico. Qualche baita. Rivenditori d’auto usate e piccole cittadine di poche centinaia di abitanti. Il fiume Colorado appare all’improvviso e poi svanisce, lo incrociamo più volte lungo la strada. Mentre saliamo gli arbusti lentamente si trasformano in alberi forte e verdi, aggrappati alla montagna. Queste sono già le Rocky Mountains. Ogni tanto c’è un treno che sbuffa in pianura o si inclina sul fianco di una montagna. In lontananza si vedono grandi ranch e tanti cavalli. Dopo quasi dieci ore di canyon e deserti ora siamo finalmente fra queste montagne scheggiate, Denver è più vicina. La coppia di barboni continua a litigare. Vanno in Missouri. Lui è un afroamericano imponente, con i capelli lunghi, bianchi e sporchi, che formano dei grossi e sudici rasta dietro la testa. Lei è bianca ed esile, con i piedi che puzzano di spazzatura. Sono seduti esattamente dietro di me. Lui ha parlato tutto il tempo con la sua voce profonda e non si è mai fermato, aggrappandosi al mio schienale di tanto in tanto e tossendo di continuo per le mille sigarette fumate di nascosto, ma non troppo, nel lurido bagno dell’autobus. Nella latrina galleggia una bottiglia di whiskey vuota che immagino essere sua. L’autista all’inizio del viaggio aveva ricordato che era vietato fumare, bere e prendere droghe legali, ma immagino che su questo pullman sia in vigore una legge diversa. Sono le stesse regole dei treni italiani che affrontano la notte verso sud, dove la gente fuma nei corridoi o affacciata ai finestrini. Dove anche io fumavo nei corridoi, felice di quella complicità che ci univa tutti, emigranti di ritorno e viaggiatori. Il barbone sembra posseduto, si alza, si siede, va in bagno, tossisce, disturba la compagna, parla con i vicini, chiede il risultato del super bowl, che nel frattempo è iniziato. Alla mia destra c’è una coppia di ragazze lesbiche del midwest, vestite hip hop e un po’ male assortite. Sono molto affettuose, si abbracciano e si baciano ogni ora. Una è bionda tinta, con i capelli lunghi e le unghie finte e fucsia, l’altra ha il cappellino con la visiera di traverso appoggiato sopra i capelli molto corti e almeno cinque tatuaggi che le spuntano dalla felpa troppo larga. Davanti a me c’è una signora obesa e con i capelli unti che come sfondo del computer ha quella che credo essere la preghiera del camionista. “Dear God above, bless this truck I drive and help me keep someone alive”. L’invocazione continua, ma non riesco a leggerla. C’è un cowboy bianco di non più di vent’anni con un bastone da passeggio, una ragazza asiatica incinta e parecchi latini. Un anziano peruviano ha il privilegio degli ultimi tre sedili, dove entra perfettamente e dorme disteso. Prima dell’ultima lunga salita ci sono isolate pompe di benzina, capannoni e il nulla. Qualche fila più avanti c’è un ragazzo con una cresta blu e spelacchiata. In faccia ha la stessa espressione provata che avevo notato alla stazione del Greyhound di Las Vegas. Fuori dal finestrino appaiono e spariscono case isolate con grandi parabole, ponti di ferro e chiazze rosse fra gli alberi, cumuli di tronchi e balle di fieno. Quest’ultima salita ci porta fra le neve. Camini in pietra fumano da case di legno sepolte. Continuaiamo per due ore fra la neve e cala di nuovo la notte. Sono quasi le sei di sera. All’improvviso, dietro un’ultima curva, spuntano in lontananza le luci di Denver. E io capisco che il ritorno a New York sarà meglio farlo in aereo.

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