I caucus del Nevada

Il caucus del Nevada è più snob, meno sanguigno di quello dell’Iowa. Alla Spring Valley High School ci sono almeno venti distretti, alcuni però di appena due o tre persone, apparentemente parte dello stesso nucleo familiare. Queste non sono neanche riunioni di condominio, al limite assemble di villette bifamiliari. Sono di mattina presto e arrivarci è un’impresa. Il partito repubblicano del Nevada pretende che la stampa passi a ritirare l’accredito, e ovviamente io posso contare su un solo passaggio da parte di Brian e Deanna, che mi lasciano alla sede del Gop prima di andare a lavorare. Las Vegas è sterminata, ogni volta che sali in macchina sono almeno venti minuti di viaggio. Per ogni venti minuti di viaggio sono almeno trenta dollari di taxi, che generalmente fanno tragitti brevi fra un casinò e l’altro. Per questo motivo le tariffe sono stellari. Mentre mi registro arriva una troupe di Salt Lake City e mi butto sul terzo autostop a rischio limitato. I due giornalisti mi rispondono cordialmente di sí. Il cameraman locale, quello che guida, mi rivolge invece un secco no che tronca la conversazione. Penso di essere spacciato, i caucus inizieranno fra quindici minuti. Finita la loro registrazione però i due giornalisti si impuntano e alla fine mi portano con loro. Prima di salire in macchina Brian, il cameraman locale, ci tiene a precisare che non è “responsabile per accompagnarmi da nessun altra parte”. Io giuro che me la caverò e lui mi fa salire. E’ piuttosto indespettito dall’avermi sul suo sedile posteriore. John lavora per il canale televisivo Ksl di Salt Lake City, affiliato alla Nbc e di proprietà della chiesa mormone. Lisa invece scrive per il quotidiano del gruppo. Nessuno di loro due è mormone, e ridono pensando che la chiesa gli stia pagando l’accesso ai casinò di Las Vegas, dove alloggiano come tutti i giornalisti al seguito della campagna. Mi chiedono dove alloggio e gli racconto la storia di questo viaggio. “Non deve essere facile lavorare così”, mi dice John. “Diciamo che è interessante”, le rispondo. Una volta alla Spring Valley High School ci dividiamo. Le regole qua sono ferree: non si può assistere al voto, non si può parlare con gli elettori, non si possono fare foto. Cerco di non farmi notare e resto nella sala, nessuno mi dice nulla. Gli anziani sono la stragrande maggioranza degli elettori. Immagino siano distretti di quartieri residenziali questi. C’è un veterano del Vietnam che parla in piedi davanti a uno dei tavoli. Mi pare di capire che sia per Gingrich. Subito dopo c’è un tavolo con appena tre persone, mi dicono che una quarta che non è potuta venire all’ultimo momento. Romney a questo tavolo umilierà Gingrich, Paul e Santorum prendendosi il 100% dei voti. Per ogni giovane seduto ci sono almeno dodici anziani e sette adulti. Non ci sono afroamericani, riesco a vedere appena un paio di ispanici. Fra i circa venti distretti saranno al massimo cento gli elettori. Sono le 9.45 di mattina ed entro le 10.10 devo consegnare il mio pezzo. Seduto a uno dei tavoli lo scrivo di getto sull’iPhone, contanto le battute su Twitter per non andare né corto né lungo. A consegna riuscita mi rendo conto che è il mio primo pezzo scritto interamente su iPhone, mentre dall’Italia mi fanno sapere che me la sono cavata. Nel frattempo il voto è finito. Chiedo un po’ in giro e sono quasi tutti per Romney, oltre a essere quasi tutti mormoni. Nel giro di un’ora dall’inizio delle discussioni la sala si svuota. Qua i voti si contano tutti insieme e non distretto per distretto come in Iowa. Leggo sulla lista degli elettori i nomi chiaramenti italiani della famiglia Antonelli, il capostipite Pasquale e poi Michael, John e Helen. Quando esco vedo John, Lisa e Brian che stanno parlando con alcune persone. “Andrea”, mi chiama Brian, il cameraman locale. “Vieni con noi?”. Come si fa a dirgli di no.

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