Il giorno dei piedi

Ad attendere Ron Paul da American Shooter, un poligono con negozio annesso, ci sono centinaia di persone che lo accolgono scandendo in coro “President Paul, President Paul”. Come sempre i sui sostenitori sono i più pittoreschi e i più entusiasti, armati di striscioni e cartelli di ogni tipo. Quando scende dal suv bianco insieme alle nipoti, Paul sembra che quei sostenitori li veda per la prima volta. Ha l’espressione di quello che non capisce bene chi sia la gente urlante che si ritrova davanti. Poi comincia a firmare autografi, mentre attraversa a fatica American Shooters. E’ l’incontro con i proprietari di armi. In lontananza si sentono spari provenire dal poligono, che si mescolano agli scatti dei fotografi e all’isterismo di alcuni sostenitori. Molti lo guardano come se fosse un eroe, lui li guarda come se fossero extraterrestri. Paul attraversa il negozio poi viene scortato cento metri più in là, dove c’è un evento in onore dei veterani filippini della seconda guerra mondiale. I sei veterani sul palco hanno tutti il bastone e occhiali da vista di ogni forma, sembrano ultracentenari. La stanza è piccola e affollata. Appena Paul si siede con le nipoti nell’angolo opposto al mio cala il silenzio e quattro soldati cominciano a marciare fra le due ali di sedie. Hanno un fucile che passano da una mano all’altra. Alla fine si piazzano davanti al palco continuando a marciare sul posto e a muovere il fucile. C’è sicuramente un termine tecnico per descrivere quello che stanno facendo, ma evidentemente lo ignoro. Appena si fermano inizia l’inno nazionale, intonato da una cantante filippina.

Mentre i soldati hanno la mano sul cuore come il resto della sala, gattono ai loro piedi per raggiungere Ron Paul, cercando mentalmente le parole adatte per convincere il suo addetto stampa a concedermi un’intervista. E’ più possibilista dell’addetta stampa di Gingrich, che comunque domani riceverà una decina di telefonate intimidatorie. Mi stanzio ai piedi di Paul, insieme a due fotografi. Sotto al completo gessato blu porta un paio di Reebok nere da anziano. Non posso esimermi dallo scattare una foto.

Il rally finisce senza sussulti. Sono lontano dalla strip e senza soldi. Ricorro di nuovo all’autostop a responsabilità e rischio limitati. Stavolta finisco sul pickup di Leila, la fotografa del Las Vegas Sun, che mi deposita a destinazione dopo dieci minuti di amichevole chiacchierata. E’ del Maryland, ha studiato a Rochester e vive qua da qualche anno. Las Vegas le piace parecchio, dice che succede sempre qualcosa: che siano pedoni investiti sulla strip o il super bowl del lingerie football.

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Filed under foto, viaggio

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