I casinò di Vegas

Entrando nei casinò di Las Vegas si viene travolti da un odore misto di fumo e profumo scadente che brucia le narici e arriva fino in fondo ai polmoni, preannunciano a suo modo la malinconia del mondo in cui ci si sta per imbattere. Seguendo i marmi, i grandi tappeti e i lampadari si comincia a sentire il rumore confuso del casinò prima ancora di vederne i tavoli, le macchine e le luci. Nei corridoi degli alberghi ci sono uomini vestiti in giacca e cravatta, altri in pantaloncini corti, molte camicie hawaiane e poca flanella. C’è una curiosa accoppiata di ciabatte e tacchi a spillo. Uomini con sigaro e mocassino scelgono a quale tavolo sedersi. C’è la più alta concentrazione di fumatori d’America. Alle camminate fiere del midwest americano fanno compagnia quelle più svelte di russi, indiani e giapponesi pronti a spendere una fortuna e quelle lente e indecise di anziani arrivati da tutta America per giocarsi la pensione. Non ci sono finestre né orologi, e questo si sapeva, ma non vedo neanche sorrisi. Guardandomi attorno ho una grande sensazione di solitudine che mi lascia senza parole. Le slot machine sono il territorio di anziani e pensionati. Nonostante il rumore e la musica sento solo silenzio e vedo la ripetitività di quei gesti stanchi e lenti. Sembra la sala ricreativa dell’ospizio, c’è lo stesso entusiasmo. E’ qualcosa di tremendamente asociale, simile ai videopoker nei bar di provincia. Vedo cinquantenni concentrati che scommettono su finte corse di cani, signore stagionate che puntano quarti di dollaro alle slot machine, tavoli di blackjack da 5, 10 e 100 dollari a puntata. E’ pomeriggio e i giocatori non parlano tra loro né con i croupier, ma interagiscono a gesti. Sono al Bellagio, insieme a persone che non vedono la luce del sole da giorni e a gente che lancia banconote da 100 dollari sui tavoli come io lancerei quelle da uno sul bancone di un bar del Lower East Side. Il tavolo più movimentato è quello dei dadi, dove un gruppo di sessantenni, forse una riunione di ex compagni di college in Wisconsin all’inizio degli anni settanta, esulta e si sbrodola birra sulle camicie di fantasie improponibili. Signore attempate e con vaporosi capelli biondi in stile Varsavia anni ottanta maneggiano le carte con una destrezza che mi lascia stupefatto. Gioco a fatica dieci dollari cercando di trattenere gli sbadigli. Tiro la leva distrattamente e ripeto la stessa scommessa fino alla fine del credito. Provo a puntare due o tre dollari, ne vinco sessanta che poi riperdo. Sento addosso quel dubbio che percorre ogni giocatore, la sensazione che basta un attimo per vincere cento o mille dollari, ancora una puntata, ancora una mano. E’ un bruciore che sale dalle braccia al petto fino al cervello, che ti spinge a inserire altri venti dollari o a puntarne altri cinquanta sfidando il croupier e la sorte. Non è adrenalina, ma è la stessa emozione che si prova nel trovare soldi per terra. Solo che nei casinò spendi decine o centinaia di dollari per trovare soldi per terra. Alla fine lascio perdere. Nel frattempo intorno a me vedo persone che battono sui tasti con due mani contemporaneamente e a una velocità incredibile, come se fossero curvi su una macchina da scrivere. Alcuni sono seduti, altri in piedi, altri ancora stravaccati sulle seggioline che si abbassano sbuffando non appena ti siedi. Tutti con la sigaretta che pende dalla bocca o stretta fra le dita. Mi annoio, e cerco riparo al Ceasar Palace, cento metri più in là. Vengo ripreso quattro volte: due perché facevo foto, due perché ero troppo vicino a qualcosa a cui non mi sarei dovuto avvicinare. Altre due volte mi chiedono la carta di identità giudicandomi più giovane di quel che sono, e lo prendo come un complimento. Al tavolo dei dadi un cinese scommette 50 dollari con il vicino che ho 24 anni. Purtroppo li perde. Qua l’atmosfera è più vivace. Noto donne di ogni età che continuano ad aprire le borsette sorseggiando birra o gin tonic, uomini in giacca che tolgono banconote da 50 o 100 dollari dal portafoglio. Una coppia padre-figlio lancia urla giocando alla roulette per poi darsi un cinque abbastanza rumoroso da far voltare i tavoli vicini. Il figlio ha una scritta tatuata sul braccio, “la notte è sempre buia prima dell’alba”. Trentenni giocano a poker e abbracciano ragazze distratte e annoiate che mandano messaggi al cellulare. Tutti ti dicono buona fortuna, ma in giro vedi gente con gocce di sudore che gli scivolano lentamente sulla fronte e lo sguardo fisso sulla macchinetta o sulle carte. Nuovi ricchi e futuri poveri, anziani, facce distrutte. Ad animarli c’è il desiderio di riprendersi i propri soldi appena persi, come mi dice Chen, la signora cinese della Virginia che ha perso migliaia di dollari. “Spero di riavere indietro un po’ dei miei soldi”,  mi dice mentre mi fa spostare dalla slot machine dove sono seduto per poterla provare. Fanno tutti così. Inseriscono i soldi, provano, perdono e cambiano macchinetta imprecando. Toccano i vetri, credo per scaramanzia. Osservo per venti minuti un anziano e distinto signore di oltre ottanta anni con le mani piene di chiazze che gioca a una slot machine. Ha quasi mille dollari di credito. E’ seduto immobile con le gambe incrociate, la mano sinistra con la fede sulla coscia, l’indice destro sul pulsante che ripete lo stesso gesto a intervalli regolari di circa tre secondi. Punta nove dollari a botta, ogni tanto vince. La sua espressione è sempre la stessa, che vinca o che non succeda nulla. Passo dopo un’ora e ha duecento dollari rimasti di credito. A dominare i tavoli da gioco sono invece i movimenti meccanici dei croupier che non si inceppano mai e gli occhi pastosi dei giocatori. Alle roulette alcuni si segnano i numeri usciti, ogni tanto si sente qualche urlo più o meno forte in lontananza. E’ tutto un rumore continuo a cui man mano non si fa più caso, è come abitare lungo la ferrovia. Ai dadi una ragazza indiana chiaramente ricca continua a puntare fiches da mille dollari sui numeri sbagliati e in pochi minuti la vedo perdere circa 30.000 dollari. Ci sono molte felpe di college, occhi arrossati dal fumo e dalle luci, venditrici ambulanti di sigarette, sigari e rose, che mi fanno credere che qua nascano amori fugaci di whiskey e adrenalina. Seguo per qualche minuto Mindy, la cameriera di sessanta anni che deve essere stata una volta una modella o una spogliarellista, ma che ora è costretta a indossare un vestitino bianco e squallidi sandaletti scoloriti che hanno la pretesa di ricordare quelli degli antichi romani. Vedo Mindy depositare birre e cocktail ai tavoli, fila dopo fila, buttando con discrezione qualche bottiglia vuota nei cestini. Ritira i bicchieri da tre tavoli, sempre sorridente e mai degnata di uno sguardo. Finite le consegne e le pulizie ricomincia il giro, prende ordini e ritorna verso il bar. Lì accanto ci sono i tavoli di blackjack per puntate fra i 500 e i 25.000 dollari, dove si parla quasi esclusivamente spagnolo. I croupier hanno il papillon rosso e qualcuno lancia urla sguagliate che nulla hanno a che vedere col gioco. Tutti si complimentano con Pablo, che ha appena vinto una manciata di migliaia di dollari. Accanto c’è qualche tavolo riservato ai cinesi. Torno nella sala principale, sento alcuni applausi e le prime voci, con l’andare dei cocktail si formano le prime amicizie fra vicini di tavolo. Continuo a incrociare sempre le stesse persone. Ora c’è un’atmosfera frizzante, resa più gioviale dai cocktail. E’ quasi sera.

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