E arrivò il momento dell’autostop

Dopo aver speso quaranta dollari di taxi che non mi sarei potuto permettere ma che non ho potuto evitare, decido che è arrivato il momento di passare all’autostop per tornare verso il centro di Las Vegas. Ho appena assistito al rally di Newt Gingrich da Stoney’s Rockin’ Country, uno di quei rustici ristoranti dentro un capannone con la segatura in terra, alla periferia sud della città. Gingrich è stato come suo solito populista e un po’ bugiardo, sembrava il bullo della scuola media che sparla alle spalle dei compagni più popolari, ma che quando prende un pungo in faccia, come ha coloritamente notato il corpulento governatore del New Jersey Chris Christie, si ritira in un angolo mortificato e con la coda fra le gambe. E’ quello che è successo al dibattito di Jacksonville, per esempio, quando Romney lo ha distrutto dall’inizio alla fine. La sala di Stoney’s era grande e molto popolata, ci saranno state almeno trecento persone che lo applaudivano continuamente, con tanto di standing ovation sull’oleodotto TransCanada e sull’Obamacare. Gingrich ha anche accusato Obama di aver dichiarato guerra alla chiesa e di voler abrogare, nella sua prima ora da presidente, “tutte le leggi contro la chiesa”. I suoi sostenitori erano entusiasti. Ho parlato con Michelle, l’addetta stampa di Gingrich, per riuscire a concordare un’intervista, ma mi ha liquidato in scioltezza, nonostante abbia insistito per qualche minuto. “Magari nei prossimi giorni”, mi ha detto. Più probabilmente mai, ho pensato io. Pazienza. Esco da Stoney’s e mi metto nel grande parcheggio in attesa di qualcuno che torni in città. Ci sono buone possibilità che a darmi un passaggio sia un sostenitore di Gingrich o un giornalista. I primi due tentativi vanno male, il terzo è più fortunato. Entro in macchina, e superato il filo d’imbarazzo iniziale, quello in cui io tenevo le mani sulle ginocchia e ci fissavamo sospettosi  con la coda dell’occhio per addomesticarci, facciamo amicizia. E’ un giornalista, il corrispondente da Washington del Toronto Star per l’esattezza. Si chiama Mitch, ed è molto simpatico. Mi racconta di essere stato per cinque anni a Gerusalemme prima, e di essere passato poi “per troppe guerre”. Afghanistan e Iraq sono state esperienze abbastanza dure, mi fa capire. Io gli dico che mi piacerebbe poter raccontare una guerra una volta, ma che con molta probabilità sarei quello che salta sulla prima mina. Ride, e mi dice che lui era uguale, ma poi si è adattato. “L’importante è che non corri mai, sei un bersaglio in movimento”, mi dice. Ha i capelli bianchi e gli occhiali tartarugati, è robusto e simpatico. “Sai, in guerra c’è grande complicità e solidarietà fra i giornalisti”, mi spiega. “La normale competitività viene annullata dai pericoli, tutti sanno che oggi sei tu ad avere bisogno, ma domani potrebbero essere loro”. E non si tratta di breaking news. Discutiamo piacevolmente di Newt e Mitt, come se fossero nostri comuni amici, siamo più o meno d’accordo su tutto. Mitch è molto tranquillo, alloggia all’Mgm. Quando mi chiede del mio albergo gli dico del Couch Surfing. Ridiamo tutti e due. Tutto sommato è divertente, gli dico, anche se ha i suoi inconvenienti. Scherziamo un po’ sulla cosa e poi mi racconta degli italiani di Toronto e del suo liceo, italiano al 40%. “Avevamo la squadra di football più forte di tutti”,  mi dice, “intendo il soccer, il vero football”.

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