Obama for America

Continuo a credere di aver scampato l’inverno, ma di tanto in tanto mi accorgo che non è vero, che è solamente finito gennaio. Le prossime tappe mi porteranno verso ovest e poi verso nord. Il caldo di questi giorni tornerà a essere un sogno. Mi godo queste ultime ore passeggiando scaldato dal sole di St. Petersburg. Qui scendono i vecchi barboni del nord est per passare l’inverno in un posto caldo e sicuro, senza rischiare di morire fuori da Grand Central, a New York. Per strada si notano gruppetti di anziani coi capelli bianchi e la pelle segnata dalle intemperie che parlano e ridono. Odorano di tabacco e di birra, ma non hanno le facce provate e stanche che hanno a New York. In giro la gente chiede un dollaro per il pullman, ogni tanto si vede un gruppo di ispanici seduti in un vicolo, riparati da un ombrellone che è stato tirato fuori troppo presto. Questo sole arrossisce soltanto la pelle di quelli troppo bianchi, come me. Infatti mi ritrovo le guance che bruciano. Oggi è lunedì e la spiaggia è deserta, così come i parchi che già nel weekend sembravano troppo grandi, mentre ora sono semplicemente vuoti. Il lungomare è popolato di gabbiani che si mettono in posa per una foto, in spiaggia ci sono solo un paio di persone, una ragazza che studia sdraiata su un asciugamano e un anziano che dorme in una posizione innaturale. Dietro di loro vedo una coppia di vecchi teenager in pantaloncini corti che si tengono per mano. Hanno circa settanta anni. Oggi ho visto un motel con la scritta sbiadita, la prima filiale di Chase da quando ho lasciato New York, un gatto in vetrina, cavi dell’elettricità che percorrevano paralleli i vialetti alberati e infine il regno delle parrucche, Wig Villa. A fianco c’è l’ufficio di Obama for America, che a St. Petersburg ha aperto appena due giorni fa. Ho camminato mezz’ora per arrivare fino a qua. Lo guardo da fuori e la prima impressione è che sia ancora un po’ sottosopra. C’è solo un grosso striscione appeso in alto con il marchio della campagna di Obama, “2012 barackobama.com”. Quando entro c’è un ragazzo che credo sia appena uscito dal college. Ha una felpa verde con la zip, è seduto in maniera scomposta sul divanetto e ha un computer fra la pancia e le gambe. Si chiama Jakob. Mi guarda e mi chiede se può fare qualcosa per me. Come al solito sbaglio e mi presento come un giornalista. Resta un attimo perplesso mentre mi fissa da sotto le sue sopracciglia folte e wasp, poi va a chiedere consiglio nella stanzetta sul retro. Nel frattempo io osservo l’anticamera spoglio dove oltre al divano c’è solo una scrivania. La ragazza afroamericana che ci è seduta mi osserva con uno sguardo di commiserazione, sapendo già che nessuno mi rivolgerà la parola. Io guardo lei, quando entrano due ragazze che compilano i moduli per arruolarsi come volontarie per la campagna del presidente, una macchina da un miliardo di dollari che Jim Messina gestisce a Chicago. Alle loro spalle vedo appesi al muro dei grandi fogli con i compiti dei prossimi giorni e i nomi dei volontari. Oggi c’è il Voter Registration Training, domani sarà invece il turno delle telefonate a tutto il vicinato e per ora sono otto i volontari iscritti. Jakob torna con un numero di telefono scritto su un foglietto di quaderno e mi dice un nome. “Sabrina Caprioli, per queste cose devi parlare con lei. Nessuno in questo ufficio è autorizzato a parlare con la stampa”. E’ a Tampa. Esco e la chiamo. E’ gentile, mi dice che anche lei non può parlare on the record, ma mi invita al quartier generale di Tampa domani, proverà a farmi parlare con qualcuno. “Sai, sono per metà italiana”, mi dice con orgoglio. “Avevo immaginato”, rispondo ridendo. “Domani, alle 6.45, ti mando un’email”, mi ricorda prima di riagganciare. Sarà un ultimo giorno pieno, quello di domani sulla baia di Tampa, sospeso fra il quartier generale di Romney e quello di Obama.

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2 Comments

Filed under viaggio

2 responses to “Obama for America

  1. Puba

    6 bravo!
    continua così

    😉

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