L’uomo senza chiesa

Quando arrivo a Jacksonville sono le cinque del pomeriggio. È caldo, ma non come a Miami. La cosa, devo dire, mi dispiace. Trascinando il mio trolley e con sotto braccio il solito montgomery che mi porto appresso da New York, mi avvicino a un tassista per chiedere quanto mi costerebbe arrivare alla University of North Florida. Mi guarda, ha una barba incolta e lunghissima, quasi da amish. “Circa 50 dollari”, mi risponde. Troppo. Vedo un pullman in fondo al piazzale. L’autista sta fumando poco diatante, e sta controllando un gratta e vinci. Gli chiedo come posso raggiungere l’università. “Questo pullman va bene, poi cambi al South Campus, te lo dico io quando. Il biglietto è un dollaro”. Non ci penso neanche, salgo e sistemo trolley e montgomery. Poco prima che l’autobus parta sale un uomo con una tshirt blu e un cappello di lana verde oliva da cui fuoriescono lunghi capelli biondi, un po’ color cenere e un po’ sporchi. Sulla maglietta c’è un cane disegnato e una scritta: “il miglior amico del cacciatore”. L’uomo ha in mano una busta piena di cianfrusaglie che appoggia per terra, fra i piedi, dopo essersi seduto davanti a me. Mi fissa, io gli sorrido, lui mi fissa ancora senza nessuna espression. I suoi occhi sono profondi e folli. Abbasso lo sguardo, lanciandogli occhiate di tanto in tanto. “Come farò”, inizia a ripetere. Senza un ritmo, ma con la stessa identica intonazione. “Come farò”. E continua a fissarmi. Ogni tanto appoggia la testa fra le mani, ogni tanto la scuote. I capelli ricci e spessi seguono i movimenti della testa, come fossero incollati al cappello. “Come farò”. Mi guarda. “Devo tornare a casa”. Ha la carnagione rosa bruciata dal sole, la pelle sembra dura, ma preferisco restare col dubbio. “Come farò”. Ha le unghie nere e i pantaloni sporchi di terra. Scuote la testa, di nuovo. “Come farò”. A un certo punto si alza di scatto e si avvicina all’autista. “Sai di qualche chiesa che può avere bisogno di qualche lavoretto”, gli chiede. “Ho bisogno dei soldi per tornare a casa”. L’autista, afroamericano e un po’ in avanti con gli anni, lo guarda. “Una chiesa per dei lavoretti”, ripete l’uomo. Io immagino che l’autista sia già abbastanza nervoso per non aver vinto nulla al gratta e vinci. “Dov’è casa tua”, gli chiede. “Gainesville. Sono 10.99 dollari per tornare”. L’autista lo guarda. “Non lo so amico, prova a chiedere”. L’uomo torna seduto, e riprende a fissarmi. “Come farò, dannazione”. Ora sembra incazzato. “Dannazione”. Inizia a imprecare. Io sono quasi tentato di dargli i dieci dollari che ho in tasca, ma prima che riesca a prendere una decisione lui scende e io a poco a poco mi dimentico di lui.

Finito il dibattito l’uomo senza chiesa non è più in nessun pensiero. Sono stanco, e con una lunga notte davanti. Un nuovo amico mi da un passaggio fino alla stazione del Greyhound, lasciandomi a pochi isolati per via dei lavori in corso. Cammino nel centro di Jacksonville, che è completamente vuoto e asfissiato da massicci palazzoni di cemento. Non è tanto diverso da Des Moines. Passa un uomo in bicicletta, i nostri sguardi si incrociano. Tutti è due ci domandiamo cosa stia facendo l’altro, all’una di notte in questa città deserta. Scompariamo immediatamente l’uno dalla vita dell’altro, senza un parola, mentre in lontananza comincia ad avvicinarsi il rumore di una macchina che poi passa veloce, seguita da altre due. Di nuovo il silenzio, e a due isolati da me scorgo la scritta autobus. Finalmente sono arrivato nel mio albergo di questa notte. Entro sollevato nella stazione del Greyhound, mi avvicino alla biglietteria per ritirare il biglietto. Alzo lo sguardo nel mezzo di una stazione deserta e davanti a me c’è l’uomo senza chiesa. Resto paralizzato un istante, sento che litiga con la ragazza dei biglietti, che ha un forte accento sporco da colonia francese. L’uomo sta cercado di convincerla che la Greyhound gli deve dei soldi, i soldi che gli servono per tornare a casa. Ha una lettera e lo può dimostrare. È rabbioso. Io faccio un passo indietro e appoggio le mie cose su una seggiola. L’agente di sicurezza lo osserva, mentre si sporge oltre il bancone della biglietteria. “Dannazione”, esclama con un tono che ormai mi è diventato familiare. La ragazza continua a rispondere con tranquillità. L’uomo senza chiesa alla fine se ne va. “L’ho incontrato sette ore fa”, dico alla ragazza con un sorriso complice. “Aveva bisogno di soldi”. E ci giriamo tutti e tre a fissare la porta a vetri e l’uomo senza chiesa si dissolve.

Advertisements

Leave a comment

Filed under viaggio

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s