Il sogno americano

“Questo è il sogno americano”, mi dice Paolo allargando le braccia quasi ad abbracciare la sua casa di St. Petersburg, in Florida. “Ho una bella casa, una piscina, una jacuzzi riscaldata, due macchine, due figli e sono sposato da quattordici anni”. Meno di un mese fa ha venduto le ultime azioni della sua azienda, una ditta che installa apparecchi satellitari per gli occidentali che lavorano nei paesi del terzo mondo, per una cifra che non ho avuto il coraggio di chiedere. Non eccessiva, ma una buona cifra. “Ora so di avere in banca i soldi per proteggermi dagli imprevisti”, spiega. Paolo ha compiuto 40 anni a settembre, 38 anni fa in New Jersey mia mamma è stata la sua prima babysitter, e quella di suo fratello Alex, che ha un anno di meno. Loro padre, Filippo, è un italiano emigrato a New York nei primi anni sessanta. La mamma Margie è un’ebrea americana convertita al cattolicesimo per amore, la cui famiglia scappò dalla Russia a inizio novecento. Alcuni finirono in Francia, altri in Inghilterra, i nonni di Margie invece attraversarono l’Oceano e sbarcarono in America. Dopo essere cresciuto in New Jersey ed aver studiato fra Parigi e Philadelphia, Paolo ha vissuto per molti anni a New York, dove faceva il cameriere mentre capiva come guadagnarsi da vivere. Poi l’ha scoperto, grazie a un amico del Camerun. Chiese un prestito al padre. Aveva 26 anni. Una mattina di quel 1997 andò in banca a versare un assegno e incontrò Gisella, dipendente della banca di origine peruviana che sei mesi dopo sarebbe diventata sua moglie. Man mano ha cominciato ad allontanarsi da New York. “C’è troppa competizione, troppa gente che vuole fare soldi”, racconta. Prima si è spostato a Fanwood nel New Jersey, poi un anno in Italia, a Milano. Abitava in via Archimede, nella casa che i suoi nonni comprarono negli anni quaranta. Infine, sette anni fa, è arrivato qua a St. Petersburg, dove con tre colleghi incontrati nel corso degli anni e dei viaggi per il terzo mondo ha fondato l’azienda che ha appena venduto. Nel frattempo erano nati Isabella e Filippo, i due figli, e il prestito iniziale ricevuto dal padre lo aveva restituito fino all’ultimo centesimo. “Ora devo trovare quello che voglio fare per i prossimi venti anni”, dice steso sul divanetto di fronte alla piscina di casa sua, costruita nel 1949. “Voglio fare qualcosa che mi piaccia”. Ora che ha venduto è un semplice dipendente della società che ha fondato, dove ha ancora un ufficio d’angolo al 200 di Central Avenue, nell’unico grattacielo della città. Dietro la sua scrivania c’è un ritratto di John Kennedy. Nel frattempo i due pappagalli nella gabbia dietro di noi iniziano a fare rumore. Ci giriamo e si stanno accoppiando. Gli racconto del mio viaggio, del dibattito di Jacksonville. “La politica non va seguita, se no ti incazzi troppo”, mi dice ridendo. Ha sempre votato democratico. A 40 anni sembra che ne abbia dieci di meno è alto, magro, con i capelli rasati per sfidare calvizie e genetica e le scarpe da ginnastica ai piedi.

Poco dopo torna Isabella, che ha 13 anni, parla tre lingue ed è all’ultimo anno di scuola media. L’anno prossimo inizierà il liceo, ma oggi ha fatto un test di prova per l’università organizzato dalla Duke University, prestigioso ateneo del North Carolina. Ogni anno i migliori alunni delle medie hanno la possibilità di sostenere un Sat di prova, il test standardizzato obbligatorio per entrare all’università, una specie di test d’ingresso. Il test è durato quattro ore. “Era difficile”, mi racconta, “E potevamo alzarci solo cinque minuti ogni ora”. Sembra preoccupata, oltre che stanca. “In cosa consisteva?”, le chiedo. “Per legge non te lo posso dire”, mi risponde. Scoppiamo tutti a ridere. C’era una parte di matematica, difficile e senza risposte multiple, e poi un tema. È tutto quello che riesco a estorcerle e mi conosce da quando è appena nata. Poi mi chiede dei candidati repubblicani, a 13 anni li conosce tutti e le interessa sapere chi sia il migliore. Poco dopo arriva la sua amica Alyssa, vanno in giardino e si mettono a giocare.

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