Vieni al prom con me?

“Will you go to prom with me?”, chiede una scritta viola dipinta con cura sul muro della stazione  Amtrak di Orlando. Mi fa sorridere e pensare ai cavalcavia della Salerno – Reggio Calabria, su ognuno dei quali è scritto, con mano diversa, “Io e te tre metri sopra il cielo”. Questa è semplice, diretta, spontanea. Mi immagino che il ragazzo l’abbia scritta nella notte e sia poi tornato la mattina con un mazzo di fiori e un sorriso speranzoso. Nel frattempo ho perso il conto dei giorni, dopo una notte insonne, ma credo siano ormai passati due giorni da quando ho lasciato Miami con quel treno. Mentre erò là, in fondo alla Florida, Dario, che mi sembrava una presenza così familiare che ogni tanto gli parlavo in perugino, mi ha portato anche al laboratorio dove lavora alla scuola di medicina della University of Florida, nel cui campus svetta un enorme Banyan, un albero indiano le cui liane diventano robusti rami appena toccano terra, trasformandosi poi in radici. Il centro di ricerca sulle paralisi è finanziato da Nick Buoniconti, middle linebacker dei Miami Dolphins per tutti gli anni settanta e protagonista nella squadra del 1972, quella che vinse il Super Bowl, la finale del football, al termine dell’unica perfect season senza sconfitte della storia della Nfl. Nel 2007 i New England Patriots arrivarono a un passo da quel record, ma persero il superbowl contro i New York Giants. La storia di successo di Buoniconti diventa una storia triste nel 1985, quando il figlio Marc, che giocava curiosamente con il college militare di Charleston scelto da Santorum per la notte elettorale, resta paralizzato in uno scontro di gioco. Nel 1992 i Buoniconti padre e figlio istituirono il Buoniconti Fund che assiste il centro di Miami donando milioni di dollari ogni anno per la ricerca.  E’ qua che per la prima volta ho incontrato Jessica, e sempre qua incontro anche Erika e Sam, una coppia di amici di Dario.  Sono tutti ricercatori. A Erika hanno appena rubato la macchina a Miami, ed è alla ricerca di una nuova. Dario le suggerisce una Cinquecento e lei si mette a ridere. “Come on”, risponde, “la cosa più importante in una macchina è che non si rompa”. Stavolta ridiamo tutti. Mi viene in mente il famosissimo “Fix It Again Tony”, soprannome della Fiat che ovviamente deriva dal suo acronimo. La cosa probabilmente più divertente è che cercandolo su Google, il primo risultato è proprio Fiat Automobiles. Erika ha abitato in Italia per un anno, insegnando inglese. E’ il modo con cui milioni di giovani americani riescono a girare il mondo guadagnandosi da vivere. Ricordo una mia vecchia amica che aprì una scuola d’inglese a Lipari e ci passò un anno. Ora, non so come, vive a Cincinnati, in Ohio. Erika parla un italiano perfetto, anche se si vergogna, e mi racconta di aver abitato vicino a Piazza Bologna. Quando è arrivata in Italia era vegetariana. “Non è che ho smesso perché in Italia non si riesce a essere vegetariani”, mi spiega, “ho smesso quando una volta al mercato ho visto lo stand della porchetta di Ariccia”. A cena infatti ordina carne di maiale slow cooked, alla cubana. Ci raggiunge anche Sam, che deduco essere il suo ragazzo. Oggi è il loro secondo anniversario. “Allora, com’è seguire questo gruppo di idioti in giro per il paese”, mi chiede Sam, a bruciapelo, non appena si siede. Immagino che non voterà repubblicano. Rispondo che seguire Obama è sicuramente più noioso. “Essere ragionevoli è noioso”, risponde Erika ridendo, ma non troppo. Sam è di San Francisco, città che ama così tanto da avere il Golden Gate tatutato su un fianco e il Bay Bridge sull’altro. “Sono i primi pezzi d’arte su cui ho investito”, mi dice. A San Francisco però non ci tornerebbe a vivere. “E’ un bel posto dove crescere i figli, ma sarebbe difficile essere là senza i miei amici d’infanzia. Da piccoli andavamo nei parchi a bere o fumare”, racconta, “tutto quello che facevamo era cercare il punto più scenografico da cui vedere la baia o la città”. Sam ha 25 anni, Erika credo più o meno la stessa età. Sono persone brillanti, molto piacevoli, interessanti e già di successo in quello che fanno. Allo stesso tempo sono schiacciati dall’ansia di questo successo, un’ansia tutta americana. Erika si è dovuta forzare per venire a cena. I suoi amici hanno provato a convincerla per giorni a interrompere le sue ricerche per andare a cena fuori. “Ne hai bisogno”, racconta che le dicevano, e sembra veramente felice di essere con noi. Ha dovuto chiedere il permesso a se stessa per venire, almeno quattro volte. Sam invece è parte delle associazioni studentesche, se non ho capito male è anche presidente della classe, fa ricerca e studia medicina allo stesso tempo. Non ha un attimo libero. Sono benestanti, figli di un’America privilegiata, e ossessionati da un traguardo che nel corso degli anni continuerà a spostarsi in avanti. Ridiamo tutta la sera, ma dopo cena, quando è il momento di andare a prendere una birra, Erika e Sam preferiscono tornare a casa.

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3 responses to “Vieni al prom con me?

  1. Domenico

    Mi fa sorridere e pensare ai cavalcavia della Salerno – Reggio Calabria, su ognuno dei quali è scritto, con mano diversa, “Io e te tre metri sopra il cielo”. Perchè al Nord hanno più invettiva?

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