La paura dell’agente Muench

Mitch Muench ha le unghie troppo lunghe. Fra due mesi compirà ventisei anni. È un agente della polizia di Jacksonville. Ha qualche tic, gli occhi scavati dalle occhiaie di troppi turni di notte e una figlia di sei anni. Ha anche lo sguardo vispo, ma con un’ombra che lo attraversa. Ha paura di morire. Nel 2005, quando aveva 18 anni, si arruolò nell’esercito come suo padre, al seguito del quale aveva girato l’America, passando anche qualche anno a Panama. “Dopo l’high school ho passato sei mesi a uscire con gli amici, poi sono entrato nell’esercito”, mi racconta mentre cerca compagnia per portare a termine un’altra lunga notte in servizio alla stazione degli autobus di Jacksonville. “Sono stato in Afghanistan, due volte, la prima per quindici mesi filati”. Durante l’addestramento era stato avvertito, sarebbero finiti o in Afghanistan o in Iraq, ma lui non aveva paura. Non aveva mai avuto a che fare con la morte, a parte per un bisnonno che però aveva visto solo due volte. Ma quando è arrivato in Afghanistan le cose sono cambiate. “Ho visto morire i miei amici, soprattutto ho visto morire il sergente Fernandez, che appena un mese prima aveva scoperto che sarebbe diventato padre. Avevamo fatto una grande festa. Ho pensato che non avrebbe mai visto suo figlio. Ho avuto paura che potesse succedere anche alla mia, di figlia”. Non ne ha mai parlato con nessuno, nell’esercito, ma ha cominciato a pensare alla morte, si è reso conto di avere poco tempo a disposizione e ne è terrorizzato. Appoggia la mano destra sulla pistola, con la sinistra prende la bevanda energetica da 66 cl che continimua a sorseggiare. “Queste guerre non sono servite a nulla, sono state uno spreco di soldi e ora le cose sono peggio di prima”, racconta. “Quelli, come si chiamano, sciiti e sunniti, si ammazzano da sempre, non sarà certo il nostro intervento a cambiare le cose”. L’agente Muench, che è originario proprio di Jacksonville, è appassionato di cibo e un po’ sovrappeso. Mi racconta come cucina la pizza fatta in casa e sogna di mangiarne una vera in Italia. Mi fa vedere foto di pizze sull’iPhone per capire quale è la vera pizza italiana. Lui è il cuoco di casa, sua moglie non sa cucinare. Mi dice che ha lasciato l’esercito soprattutto perchè non si sentiva come i suoi commilitoni. Al tempo di suo padre c’erano persone rispettabili, “ora è pieno di vecchi, avanzi di galera e finocchi”. Quella gente non condivide i suoi ideali. Provo a obiettare che se un omosessuale crede nei valori dell’esercito come lui… ma non finisco neanche la frase. Mi sta guardando come fossi un cretino. “Già, sono dei finocchi”, ammetto. Racconta che l’esercito è alienante, “ti dicono quello che devi fare e tu non pensi, hai l’assicurazione anche per la famiglia, se lasci ti devi trovare un lavoro e non sai da dove cominciare”. Lui è rimasto disoccupato sei mesi, poi durante l’estate ha pensato di iniziare a studiare e si è iscritto a un community college, uno di quelli che danno lauree brevi di due anni, dove vengono accettati tutti. Lo stato gli paga la retta e i libri, e se va a lezione riceve 1.250 dollari al mese. Ora lavora di notte e di giorno va all’università. “Studio Informarmation technology, ho anche fatto una classe sulle religioni”, dice. “Non sono religioso, ma ho capito che la religione è un modo creato dall’uomo per accettare la morte, come i buddisti credono alla reincarnazione”. Ha la testa tonda e i capelli corti, il pizzetto e la divisa a maniche corte. Vede Obama in televisione e mi chiede cosa ne penso. “Non male”, dico. “Io ho pensato che è stato eletto perchè è nero”, ribatte. “Pensaci, neri e latini sono più dei banchi in America”. Gli chiedo dei repubblicani, mi dice che Gingrich potrebbe ottenere la nomination, ma che perderebbe con Obama. “E Romney è miliardario. Fossi al suo posto non ci penserei neanche a fare il presidente”, aggiunge con gli occhi che si illuminano. Il 31 non voterà, probabilmente. È iscritto al partito repubblicano, “ma solo perchè due anni fa mi è servito per la residenza”. Poco distante un uomo basso, scuro e con i baffi tiene banco raccontando di essere nato in America, ma a duecento metri dal confine. “Mia madre diceva che sono nato con un piede in America e uno in Messico”. Gli altri viaggiatori ridono insieme a lui, ognuno comincia a raccontare la sua storia. C’è chi è nato in Texas, chi in North Carolina, chi a Cuba e chi in Alaska. Parlano di Jimmy Carter e di Fidel. Al cubano mancano tre denti e parla solo spagnolo, ma sa tutte le date della revolucion. Vengono tutti a Tampa insieme a me.

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