Il dibattito di Jacksonville

“Non è che sei omosessuale”, mi chiede il mio vicino di posto sull’autobus da Jacksonville a Tampa prima di farmi sedere, più che altro per far ridere gli amici. Ha vent’anni, viene dal North Carolina, è un jock, uno di quei ragazzi muscolosi che al college passano il tempo fra campi da football, ragazze e confraternite. È un redneck ed è con altri tre compagni. “Italiano, ti piace la pizza?”, mi chiede il suo amico afroamericano sghignazzando. “No”, rispondo. “Sei razzista?”, continua. “No”. Perdono interesse. Per me è ancora la fine di una giornata lunghissima, iniziata quasi 24 ore prima a Miami. Guardo l’autostrada fuori dal finestrino, è buio. In America le macchine vanno sempre tutte alla stessa velocità. Mi addormento, quando mi sveglio dopo la sosta a Daytona non ci sono più e mi stendo. Un’ora dopo siamo a Orlando. Ultimo cambio. Chiaramente perdo il biglietto, ma lo ritrovo sotto il sedile dell’autobus. Mi era successa la stessa cosa a Milwaukee, tornando da Des Moines a New York, avevo perso la carta d’imbarco ma me la avevano ristampata. Alla stazione di Orlando restiamo una mezzora, mi passa il sonno ma mi resta la stanchezza. Compro una banana per un dollaro e un centesimo. In fila davanti a me c’è una ragazza con un golfino leopardato e una spada che le esce dalla borsa. Capisco che è stata a Disneyland. Faccio due calcoli e mi accorgo che fra Miami, Jacksonville e Orlando verso Tampa ho speso solo 6 dollari: 2 per il pullman e 4 per cibo. Esclusi i biglietti di autobus e treni. Mi congratulo con me stesso. Penso al dibattito di ieri sera, è stato divertente. Quando sono arrivato al campus di University of North Florida con un pullman di linea ho faticato non poco a trovare la sala stampa. Di fronte al Coliseum c’erano tre gruppi che manifestavano. I sostenitori di Ron Paul avevano uno striscione enorme, quelli di Occupy scandivano cori del 99%. Poi c’erano quelli di Terry Jones, Il pastore con la passione per i corani bruciati, che tenevano in mano cartelli con la scritta Impeach Obama, accusandolo d’omicidio perchè in questo paese l’aborto è legale. Osservo le facce e non riesco a capire cosí li possa portare a credere davvero in quello che dicono. Dopo aver girato attorno al campus tre volte riesco finalmente a trovare la sala stampa. Non è al Coliseum ma da tutt’altra parte. All’ingresso ci sono due studenti, una ragazza e un cinese che prende il mio tesserino, esamina i fogli e mi dice che il mio nome non è sulla lista. Gli dico il mio cognome, lui mi guarda e dice “ahhh, pensavo che il tuo nome fosse.. ‘Firma del titolare’. Lo guardo perplesso ed evito di ridere. Trovo il mio posto e due dei panini forniti dalla Cnn. Romney era in gran forma e io non lo avevo mai visto così siuro e determinato. Ha preso Gingrich, notoriamente il più rustico fra i due, per il collo e lo ha attaccato costantemente. Gingrich ne esce ridimensionato, mentre Santorum sfodera una buona prestazione che lo aiuta ad allontanare il pensiero di un ritiro. Oltre a loro tre c’è Ron Paul, capocomico e responsabile dell’intrattenimento della platea, che sfodera battute di gran classe. Sono sicuro che con un po’ di cerone in viso e un po’ di trucco sarebbe uguale a un vecchio mimo francese, forse Marcel Marceau. Dopo il dibattito scendo nella spin room, al piano inferiore. C’è Tim Pawlenty, ex governatore del Minnesota ed ex candidato alla presidenza, uscito dalla contesa troppo presto questa estate, dopo lo Straw Poll di Ames, in Iowa, una specie di sagra di paese dove a prevalere fu Michele Bachmann. Secondo me si sta mangiando le mani, ma lui nega e appoggia Romney. Gli chiedo se aspira alla vice presidenza e dice di no, che ci sono molti validi colleghi in lizza. Parliamo un altro po’, siamo solo io e lui, ma non dice nulla di interessante, a parte una battuta su un possibile vice presidente ispanico e qualche complimento a Romney. Arriva Santorum e riesco a fargli la seconda domanda del gruppo. Gli chiedo come si comporterebbe con Italia e Europa. Mi risponde che sono problemi nostri e ce li dobbiamo risolvere da soli. Quando se ne va torno a prendere le mie cose, e Thomas, corrispondente milanese della radio svizzera, mi da un passaggio fino alla stazione del Greyhound di Jacksonville. Ormai sono le 9.30 di mattina, fra circa un’ora e mezza sarò a Tampa. Forse dovrò scrivere un pezzo o due, poi finalmente dormirò.

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