Italiani nel mondo

Ho appena dato la mia prima indicazione a un turista americano. “Damn it”, esclama mentre mi allontano con il sole che mi riscalda la schiena. Su 16th street, a Miami Beach, le persone parlano in spagnolo fra loro e in inglese ai cani. Sospendo la passeggiata per impraticambilità del capo. Ho la camicia fradicia e i pantaloni attaccati alla pelle. Urge un cambio. Poco dopo chiedo informazioni per un buon ristorante cubano a un uomo di età indefinita fra i trenta e i cinquanta, vestito da cuoco e chiaramente cubano. Quando inizia con “you go down sixteen street” capisco che è italiano ma lo lascio parlare in inglese. Traduce parola per parola, ha l’accento di un comico americano che imita gli italiani, ma parla rapido e poi mi saluta con un’espressione in slang. Lui non capisce che sono italiano, io capisco tutti i miei amici americani o italoamericani che mi prendono per il culo per l’accento. Una ragazza mi passa accanto in bicicletta con un braccio coperto di tatuaggi e una sigaretta fra le dita della mano destra. Arrivo in spiaggia. L’ombra dei grattaciali si allunga sulla spiaggia di Miami Beach troppo presto, già alle 5, quando il sole comincia a scendere sopra downtown. Sulla spiaggia le zone all’ombra sono deserte e le altre hanno gente stesa sul fianco che chiacchiera a gruppetti. Sono appena tornato dal comizio di Mitt Romney, che si è sbrodolato sulla camicia all’incontro con studenti e dirigenti d’azienda al Miami Dade College. Tornando sulla questione della dichiarazione dei redditi l’intervistatore ispanico gli ha chiesto quanti soldi abbia. Romney titubante si è preso qualche pesante decimo di secondo per riflettere e ha sparato “circa 200 milioni di dollari”. Dopo aver notato le facce perplesse in platea ci ha tenuto a precisare che i soldi che ha non li ha ereditati dal padre, che è stato governatore del Michigan per quasi tutti gli anni sessanta, ma che se li è guadagnati con il sudore, suo e della moglie. Dopo l’incontro parlo una mezz’ora con due studenti di origine ispanica, ma nati in America. Uno ha i genitori cubani ed è un elettore registrato repubblicano, mentre i genitori dell’altro sono colombiani e lui è repubblicano, ma non registrato. Mi dicono che Romney è vago e non incisivo, che non li convince. Quello iscritto alle liste elettorali mi dice che fra Obama e Romney voterebbe Obama. Questo mi spiega parecchie cose. Mi salutano con un “thank you sir” che mi ferisce. Provo a rivendicare i miei vent’anni, ma stanno già scendendo per le scale mobili del college e mi evitano una triste figura. Ieri sera dopo la cena a Versailles ci siamo bevuti una birra su Lincoln Road. Io una Indian Pale Ale della Pennsylvania e Dario una del Wyoming. Davanti a noi c’era un tavolo con tre italiani, due seduti e uno in piedi. Uno era molto abbronzato, muscoloso e con in testa un cappellino rosso, l’altro non era né magro né grasso, ma pelato e sorridente. Quello in piedi fermava tutte le ragazze con taglia di reggiseno superiore alla terza.

A guardarlo bene quello in piedi porta i capelli come Gilardino ai mondiali di Germania, con la riga in mezzo e un paio di colpi di sole che gli fanno più biondi i ciuffi ai lati del viso. È alto quasi un metro e novanta, ha la camicia rosa aperta sul petto abbronzato ma ancora non si è seduta nessuna ragazza. Si allontana e chiedo agli altri se ci possiamo sedere. Sono molto ospitali e dopo le presentazioni scopro che quello col cappellino è brasiliano, è un ballerino della Troia di Ibiza, di cui ignoravo l’esistenza, e ha vissuto un po’ a Milano a casa dell’altro. Fa il ballerino “perchè poi quando scendi cambia tuto, le ragaze ti cascano ai piedi”, spiega con forte accento brasiliano. Quello pelato è di Milano, non si capisce cosa faccia né di cosa viva. Ha 35 anni, ed è il suo compleanno. Gli assesto un’amichevole quanto imbarazzata pacca sulla spalla di auguri e continuo a fargli domande. Qua a Miami è pieno di italiani che stanno mesi e spendono un sacco di soldi che non si sa come guadagnano, mi raccontava Dario. Ruotano attorno a due bar italiani di Miami Beach dove fanno aperitivi alla milanese. Il brasiliano dice che l’amico spaccia, dopo un attimo di silenzio lui ribatte “faccio lo chef”. Sappiamo tutti e quattro che non è vero e andiamo oltre. Mi dice che ora andrà a Ibiza per motivi di visto, prima è stato anche qualche mese a Las Vegas, ma tutto quello che dice è molto confuso. Sembra che segua le migrazioni degli italiani all’estero, fra Ibiza, Miami, Las Vegas. Scopro che il sosia di Gilardino è il cameriere. Quando torna io e Dario ci accorgiamo immediatamente dal modo che ha di aggiustarsi i colpi di sole con le mani e dall’inflessione della sua voce senza accento che trasuda omosessualità. I nostri compagni di tavolo nel frattempo hanno detto ciao a tutte le ragazze che sono passate. Il brasiliano ha guadagnato un numero che non ho capito per quale ragione spetterebbe all’italiano, ma lui insiste per mandare un messaggio. Chiedo all’italiano dove abita e mi dice a Ocean Drive. “E’ come prendere un cazzo in culo, stessa sensazione”, dice, “lo faccio a denti stretti perchè dopo che ho pagato l’affitto so che ci porto le ragazze e si tromba”. Mi domando cosa ne sappia della sensazione, ma a lui chiedo solo se rimorchia parecchio, domanda peraltro scontata e da evitare. Il brasiliano nel frattempo invia il messaggio. Lui invece si fa serio e risponde: “quando c’è da scopare, non guardo in faccia a nessuno”. I restanti dettagli di questa conversazione contengono troppe oscenità per poter essere in qualche modo di interesse.

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1 Comment

Filed under viaggio

One response to “Italiani nel mondo

  1. elianigris

    “quando c’è da scopare, non guardo in faccia a nessuno” potrebbe essere una delle frasi più epiche della storia del mondo!

    Keep it up.

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