Dario, the dude

Visto dal sedile posteriore, Dario tiene le mani sul volante come Jeff Lebowsky. Ha un fisico massiccio, ma non grasso. La barba nera e folta e i capelli lunghi e ricci che raccoglie in una coda. Sembra un uomo delle nevi, come si è definito lui stesso prima del nostro incontro. Mi ha appena accompagnato alla stazione Amtrack di Miami uscendo di casa alla sette di mattina. Non solo per questo posso giurare che Dario è la persona più gentile e disponibile che abbia mai incontrato. Prima ancora di conoscerci mi aveva già dato le chiavi di casa sua e un materasso su cui dormire, oltre a una stanza, lenzuola, coperta, bagno e una doccia da far invidia a qualsiasi grande albergo d’America, tanto potente e corposo è il getto. La stanza è cosí grande è vuota che metto le mie cose in tutti gli angoli per farla sembrare più piena. Nel weekend Dario si trasferisce a Brickell, quartiere fra downtown e Miami Beach, e ha già venduto tutti i mobili. Il mio materasso domani diventerà di proprietà della Salvation Army. Anche senza mobili è una casa bella, grande e comoda. Dario ci ha abitato fin dall’inizio del 2010, quando arrivò qua per fare ricerca sulle paralisi da trauma alla scuola di medicina della University of Miami. Ora si trasferisce in una casa con il biliardino. A metterci in contatto è stato Paolo, un amico comune con cui studiava a Trieste e che fa ricerca alla Columbia. Con lui c’è anche Lara, sua moglie, compagna di studi e anche lei ricercatrice a New York. Della loro classe, erano in trenta, solo uno è rimasto a fare ricerca in Italia. Molti sono sparsi fra Los Alamos, Chicago, Boston, San Diego e cosí via. Altri sono in giro per l’Europa. Alcuni, ovviamente, hanno cambiato mestiere. Dario è parte della nuova ondata migratoria italiana, quella che negli ultimi quindici anni ha affollato le più presigiose aule universitarie del mondo, trovando poi lavori che in Italia era proibito anche sognare. È napoletano ma è cresciuto a Udine, è appassionato di capoeira e di football americano, valido bevitore di vino e, ho l’impressione, amico fidato. È amichevole, entusiasta, insomma una persona di cui fidarsi. Dario è uguale a me, per molte cose. Abbiamo la stessa allergia alla polvere e al pelo di gatto, oltre alle mamme insegnanti di italiano. Oltre ad avermi dato le chiavi di casa sua, Dario ha anche un altro grande merito. Quasi un anno fa eravamo senza saperlo nella stessa situazione, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Mentre io a New York smettevo di fumare in una domenica mattina da forte mal di testa, lui di ritorno dalle Everglades con suo fratello guardò il pacchetto di sigarette e si disse “per un oggi non fumo”. La stessa frase che mi dissi anche io.

I nostri giorni senza fumare sono diventati quasi trecento, durante i quali mi sono risparmiato oltre 7.000 sigarette e 1.500 euro. A New York un pacchetto di sigarette costa 13 dollari, e preferisco evitarmi questo conto. Ora, smettere di fumare inizialmente non è che dia grandi benefici. Oltretutto a me fumare piaceva proprio un sacco. I fastidi che ho provato nell’ultimo anno credo che saranno indimenticabili e per tutto questo tempo sono stato angosciato da quella sensazione sgradevole che avevo proprio in cima alla gola, dietro la lingua. Una sensazione che non ti abbandona mai e che ti toglie il respiro, letteralemente. Quest’ansia che avevo è durata fino a due giorni fa, quando Dario ha usato per discrivere i suoi fastidi le stesse parole che avrei usato io. E forse questa è la cosa di cui gli sono più riconoscente. Mentre il treno costeggia la highway e ci siamo lasciati Miami alle spalle da un’ora e mezzo, mi rendo conto che questo viaggio sarà una grande lezione.

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