Da Miami verso Jacksonville

Arriviamo a Palm Beach dopo due ore di viaggio. Nel frattempo il treno si è riempito. Dietro di me c’è un’anziana coppia afroamericana col nipotino. Il marito, che sembra un po’ svampito, ha un paio d’occhiali con la montatura di metallo e in testa un cappellino con la scritta “Obama 44th”, ovvero il 44esimo presidente. Sotto ha i capelli pettinati all’indietro come Charlie Rangel, leggendario deputato democratico di Harlem da quarant’anni. La moglie ha una di quelle risate profonde che sanno di front porch, sedia a dondolo e sigaretta in bocca. Ha i capelli neri e vaporosi, il rossetto sulle labbra e un vestito nero da cui fuoriescono braccia flaccide. Il bambino è rasato, ha i pantaloni corti e le gambe esili e storte che finiscono dentro un paio Nike troppo grandi, cosí bianche e lucide che abbagliano. Hanno un accento del sud e panini in una borsa che continuano ad aprire e chiudere. Siamo nel mezzo del vagone, vicino abbiamo una suora e davanti un signore bianco con il volto scavato dall’acne che litiga con il controllore donna che ci ha appena strappato i biglietti. Il signore sorridente allo sportello che me lo ha venduto era di origine italiana, i suoi nonni venivano dalla Sicilia ma non ha saputo dirmi da dove. “E’ incredibile”, mi fa, “lavoravo per una compagnia aerea e sono stato in tutto il mondo, ma mai in Italia”. Al momento di salire ci hanno consegnato un foglietto con un numero scritto a mano e tagliato senza forbici. “This is your seat”, spiegava il controllore. Siamo in Florida ma il treno ha il riscaldamento acceso. Salgono dei ragazzi, vicino a me si siede un ventenne atletico che ascolta musica e lancia occhiate languide alla bella ragazza alla sua sinistra che si tiene un cuscino con la federa a fiorellini sulle ginocchia. Io mi giro verso il finestrino per lasciargli un po’ di intimità, ma dubito che succeda qualcosa. Oltre alla famiglia e alla controllora, afroamericani, e alla bella ragazza, che a giudicare dai peli sull’avambraccio potrebbe essere di origine messicana, tutti gli altri su questo vagone sono bianchi. Sono anche quasi tutti un po’ in là con gli anni, con suonerie dei cellulari a tutto volume che vengono intervallate da voci gracchianti. Tutte le signore sono bionde e con i capelli increspati dai coloranti e dalla lacca. A unirsi al reparto giovani, che oltre a me comprende il ventenne atletico e la bella ragazza con l’avambraccio peloso ci sono altri due o tre ragazzi. Uno parla al telefono e continua a dire di non aver nessun soldo, ha degli occhiali da sole di plastica nera e un cappellino rosso con l’etichetta ancora attaccata sulla visiera, cosa molto cool. Nel frattempo, visto che i suoi sguardi vengono ignorati, il ragazzo atletico si alza e va verso la carrozza ristorante. È un treno comodo e spazioso questo, quasi come i regionali italiani che secondo me restano imbattibili, per qualità della seduta. Mentre salivo a bordo ho visto anche la leggendaria carrozza per i bagagli, quella col portellone scorrevole dove un tempo salivano in corsa nella notte ladri, briganti e ragazzi senza soldi. Il ragazzo col cappellino chic e l’uomo litigioso col volto scavato dall’acne iniziano a parlare di sport, spaziando dal basket al football. Vado a dare un occhio alla carrozza più avanti e vedo quattro reduci della guerra degli hot dog, ragazzi enormi in pantaloni corti e camicia hawaiiana. Dietro di loro una signora afroamericana coi capelli bianchi lavora velocemente una maglia con i ferri. Intorno ci sono ispanici, afroamericani e bianchi di ogni tipo, taglia e gradazione. Torno a sedere e ripenso a Miami.

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