Aggiornamento delle 3, ultimo giorno a Miami

A New York ci sono due banche a ogni incrocio, a Miami Beach non ne ho ancora vista una. In America puoi pagare tutto con la carta di credito, quando non puoi però cominciano i guai. Dopo aver incontrato due bancomat rotti e aver spulciato quattro isolati di Alton Road alla ricerca della scritta Atm scovo finalmente un 7eleven. Ritiro 60 dollari e chiedo al cassiere se ha i biglietti dell’autobus. “You don’t need it, man”, mi dice. “Sure?”, gli chiedo. “Positive”. Mi fido. Appena esco vedo l’autobus S, che mi aveva ovviamente consigliato Dario, avvicinarsi dall’altro lato della strada. Mi getto in mezzo al traffico e cerco di prenderlo. Una macchina mi schiva, passando molto più lontano di quanto io stia effettivamente pensando. Una volta dentro l’autista mi dice di inserire due dollari nella macchinetta e aspetta per ripartire fino a che non è lei a dargli l’ok. Un anziano e instabile signore ispanico in ciabatte di pelle si alza per scendere alla prossima fermata. L’autista gli dice di sedersi perchè se frena dopo non ha voglia di portarlo all’ospedale, l’anziano gli dice di farsi i fatti suoi. Magari una parola o due più colorite. L’autista si arrende, io mi avvicino e gli chiedo se sono sull’autobus giusto. Una volta che dico l’indirizzo mi assicura che mi lascerà “esattamente davanti”. Sto arrivando con eleganza al comizio del favorito per la nomination repubblicana Mitt Romney, che parlerà al campus del Miami Dade College al 300 NE Second Avenue, a downtown. Santorum l’ho perso, che la mattina dovevo scrivere. I giornali per cui scrivo chiudono tutti fra l’1 e le 2 americane, e di fatto la mattina è difficile muoversi. Il mio lavoro si concentra fra le 10 e le 2. Dall’autobus vedo downtown Miami oltre il ponte che stiamo attraversando. Google Maps mi aveva consigliato un altro autobus, ma si sbagliava chiaramente. Poco prima, mentre raggiungevo Alton Road, una ragazza urlava, cercando di non farsi sentire, “he is a fucking bastard”, con una leggera inflessione ispanica. Quando arrivo al Miami Dade College l’autista scende dall’autobus per indicarmi la strada. Davanti all’auditorium c’è un check point. I signori con abito di sartoria e profumo costoso vengono accompagnati all’interno, insieme alle signore ingioiellate e vestite per lo più elegantemente. Per la maggior parte ho l’impressione che siano ispanici, a giudicare dalla carnagione ambrata. I media invece vengono scortati alla sala stampa, una squallida stanzetta al piano superiore completamente spoglia se non fosse per i dieci banchi disposti in modo regolare. Ovviamente lo capisco troppo tardi e vengo segregato nella stanzetta. Insieme a me c’è una giornalista straniera con trolley, forse spagnola, che ha la deadline un’ora dopo e implora di poter andare in platea a parlare con i sostenitori. La nostra accompagnatrice risponde vaga, poi la portano in sala. La stanza è silenziosa, a parte una persona dell’organizzazione che continua a chiedere se abbiamo la connessione o se ci sono problemi. Quelli che si conoscono parlottano fra loro, alcuni parlano con il proprio giornale al telefono. Rispetto all’età media dei giornalisti del New York Times, la maggior parte dei quali non ha più di trent’anni, qua l’età è molto più alta. E sono per la maggior parte ispanici. Sei scrivono al computer, gli altri aspettano che Mitt Romney inizi a parlare. A un certo punto arriva un fiume di persone, soprattutto fotografi che vengono spediti in tribuna per l’inizio del comizio. Tre studentesse distribuiscono il giornale universitario, sono abbronzate come tutti i loro compagni che ho visto nel campus. Sorrido pensando al biancume che in questo periodo popolava l’università di Perugia, ai miei tempi. Ho la nitida immagine di facce slavate, occhiaie e irritazione da rasoio sul collo. Qua al limite combattono con gli eritemi. Ieri sera siamo stati a Versailles, ho preso confidenza col luogo. Mentre Barack Obama iniziava il suo terzo discorso sullo Stato dell’Unione, tracciando le linee per l’anno appena iniziato e per la sua campagna elettorale, a Versailles i televisori erano spenti. Non si parla di politica qua, avevano detto a Dario alcuni dei suoi amici cubani. È evidente che è frequentato dalla ricca borghesia dell’isola scappata dalla rivoluzione e che non ha nessuna voglia di essere importunata. Io, pavido, non l’ho fatto, preferedo rimandare a oggi. Versailles è grande, di un’eleganza finto spartana. Alle pareti ci sono specchi enormi con cornici verdi e dorate da cui, se sei spalle alla sala, puoi vedere tutti. Immagino che la scelta non sia causale, essendo stato un covo di esuli, spie e terroristi. A quanto capiso quei tempi non sono del tutto finito. Al tavolo a fianco al nostro siedono tre coppie di signori molto eleganti. Le donne indossano tutte un coprispalle sopra l’abito al ginocchio, condito da un filo di perle o qualche oro. Due degli uomini hanno la cravatta, tutti e tre la giacca di tweed e abbinano colori fra il cachi e un marrone pallido che si intonano perfettamente con la loro carnagione scura. Da una manica spunta a metà un rolex d’oro. Al muro è appoggiato un bastone da passeggio. Le donne hanno la lacca, gli uomini portano capelli bianchi e pettinati, che una volta avevano la riga e ora il riporto. Hanno gli sguardi rilassati ma pensierosi mentre osservano o addentano i loro giganteschi cuban sandwich unti, che di tanto in tanto appoggiano sui tavolo di formica. Parlano a voce bassa fra loro in spagnolo, non sento nulla di quello che dicono, ma tanto non avrei capito. Il ristorante è a Little Havana, che di giorno mi dicono sia piena di gente che gioca a domino ai tavolini dei bar, ma la sera era completamente deserta. Mentre ce ne andiamo percorrendo Calle Ocho, la via principale di Little Havana, vedo in una strada laterale la chiesa JESUS EL MESIA, scritto a caratteri cubitali sul muro di una palazzina che sembra più che altro la sede di una pro loco siciliana. Noi torniamo verso Miami Beach.

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