Savannah, correndo piano verso sud

Pam è sulla cinquantina, ha i capelli rossi con la frangetta e la coda, oltre a un forte accento georgiano. È robusta, con le guancie piene e la camicia bianca che indossa rende fin troppa giustizia al suo fisico un po’ abbondante. Mentre Rosemary Clooney canta Manhattan in lontananza, Pam mi serve un Pecan Fried Chicken, il piatto forte della Pirates’s House di Savannah, Georgia, ristorante che mi ha consigliato una cameriera del mio ufficio con sedi in tutta America. Starbucks. La Pirate’s House è in riva al fiume Savannah, al 20 di East Bay. È effettivamente una casa di Pirati. Quando entro ci sono tre tavoli occupati. Una famiglia di cinque persone, la nonna, i genitori e due bambini piccoli, seduta a un tavolo rotondo. Tre persone, di cui due si rivelano essere una coppia di quelle che si tiene per mano, sedute all’angolo. Due pirati seduti con due avventori all’altro angolo. I pirati conversano e scattano una foto con la bambina, hanno la voce che uno immagina per un pirata, ma sembrano piuttosto due alcolisti sovrappeso. Uno dei due cerca di convincere il bambino, che si chiama Jess, a fare una foto con lui, ma Jess si nasconde fra le gambe della madre. Nel frattempo dagli altoparlanti esce la voce di Frank Sinatra, io bevo un bicchiere di scadente vino californiano e assaggio il pollo, che è enorme ed è ricoperto di salsa dolciastra, tipo miele, e tanti pecan che sembrano mosche affamate attacate alla carcassa. I tre davanti a me si fanno fare un sacchetto con gli avanzi e se ne vanno. Il bambino sconfigge il pirata, non fa la foto e anche i suoi genitori decidono che è il momento di tornare verso Bloomingdale. La nonna si fa portare il conto e pagano separati. Appena la famiglia esce, il pirata beve un ultimo sorso di birra, si alza, aggiusta il pacco e molla un rutto. Il suo compare, che non mi ero reso conto di quanto fosse rosso in faccia e di quanto strizzati fossero i suoi occhi, lo segue. Con lui se ne vanno anche i commensali, che avevano appena saldato il conto. Resto solo. Il pollo è finito e il vino fa schifo. Bevo l’ultimo sorso, e arriva un cameriere nero vestito da schiavo, ma forse è solo una mia impressione. Pam è scomparsa, il cameriere sistema i piatti per domani e se ne va. Non sono neanche le 9.30 e il locale sta già chiudendo. Pago e mi accordano il permesso di restare un altro po’. Il viaggio finora è stato breve, ma adesso mi aspetta una traversata che forse sarebbe stato meno faticoso fare a piedi. Fra quattro ore parte il pullman, che dopo un paio di scali e un trasferimento a Orlando nel cuore della notte mi porterà a Miami per ora di pranzo. Intanto Savannah mi è passata davanti agli occhi, per quel poco che ho visto. Un’altra città storica, bei palazzi e poca gente per strada. In alcuni momenti ho camminato in strade deserte, dove non c’era neanche un rumore. Un silenzioso quasi fastidioso, interrotto di tanto in tanto da una bicicletta o da una macchina. Stasera i New York Giants giocano contro i San Francisco 49ers. Chi vince sfiderà i New England Patriots al superbowl del 5 febbraio. Sperso in una città che non avrò il tempo di conoscere entro nell’unico bar della via quando mancano poco meno di 30 secondi al termine della partita e le due squadre sono sul 17 pari. Gli occhi di tutti sono incollati allo schermo. Capisco che tifano 49ers, tutti. Mi siedo al bancone e ordino una Sierra Nevada, deliziosa compagna di serate newyorkesi. Accanto a me ci sono tre impiegati in abiti formali. Tutto intorno rednecks con i cappellini di baseball e magliette da football che urlano a intervalli regolari, come da contratto col creatore. Il bar non ha musica, disturberebbe la partita, ed è cosí grande che risulta vuoto. È buio e l’unica cameriera, che credo sia una studentessa universitaria, si muovo da un lato all’altro del lungo bancone senza correre. Ha un percing al naso e una maglietta a maniche corte sopra a una a maniche lunghe. A colpirmi sono le due coppie alla mia destra. L’uomo accanto a me ha circa quaranta anni un cappellino da baseball, una felpa larga e bianca e un accento mediorientale. La donna che è con lui ha gli occhi chiari, i denti bianchi e due tatuaggi che le fasciano entrambi i polsi. Una volta è stata carina, per un paio d’anni. L’uomo racconta una lunga storia noiosa e lei lo guarda senza interesse negli occhi, poi lo bacia per un po’, pur di tenerlo zitto. Lui è vestito come un teenager, e come tale è felice del bacio. Intanto un calcio di Tynes porta i Giants al Superbowl di Indianapolis del 5 febbraio e rimanda i 49ers a riflettere sulla Baia. Kate, la cameriera, mi convince a predere un’altra birra. La coppia alla mia destra continua a scambiarsi effusioni ed è chiaro a tutti e tre, a loro due e anche a me, che lui è felice e che lei non ha trovato di meglio, stasera o cinque anni fa. Dietro di me qualcuno rutta fragorosamente e, mi pare d’intuire a bocca aperta. Dietro di loro inveve c’è invece la seconda coppia. Lui è magro, con i capelli cortissimi e non ancora troppo radi. È infilato in pantaloni grigi e una camicia azzurrina e bianca esageratamente larga. Ha un braccio tatuato di fiamme scure, e la manica tirata su per farlo vedere. La sua ragazza è bionda, tinta, con una ricrescita slrezzante. Ha dei tacchi rosa shocking, dello stesso colore del top che indossa. Non vedevo nessuno vestito con questi colori dalla metà degli anni novanta, quando vestivamo tutti come profughi di guerra kosovari e c’era ancora ad attenderci l’adolescenza. Ha anche una felpa di una fantasia irregolare, ma dello stesso rosa shocking, alternato al nero. È magra e ha un piercing sotto il labbro. Parlano un sacco, ma non sento cosa dicono né capisco cosa bevano. Lei chiama la cameriera per nome e chiede un’indicazione. Sembrano volersi bene, la coppia dico, e se ne vanno con i loro polistiroli carichi di avanzi della cena. Io sono l’unico da solo in questo bar e Kate, la cameriera, sembra preoccuparsi per me. Ma credo che si tratti più che altro per i pochi dollari che le lascerò di mancia. Le dico che ho un pullman da prendere fra un’ora, a lei non interessa saperlo, a me non interessa dirlo. Le due coppie se ne vanno quasi in contemporanea e del loro passaggio restano solo due bicchieri vuoti e uno pieno sul bancone. Una ragazza se ne va barcollando e con lo sguardo acquoso, gli amici la salutano e lei sbiascia qualcosa di incomprensibile e strasciscato. Al mio pullman manca un’ora e mezzo. Domattina mi sveglierò accarezzato da sole e fortuna, ma ora nel bar si accendono le luci, Kate prende i miei ultimi soldi, sorride, e scompaio dalla sua vita rapidamente. Lasciando un bicchiere vuoto sul bancone.

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