Pensieri nel nord della Florida, fra Jacksonville e Orlando

Quello che mi piace dell’America è l’uso del legno in ogni cosa, mi piacciono i mobili di legno dipinti e le luci gialle, calde e soffuse delle case. Le finestre e i mondi che rivelano, perchè qua in America puoi vedere dentro ogni casa. Mi piace l’odore delle lavanderie che esce dai basement dei palazzi di New York ed è lo stesso odore che incroci in un angolo di Savannah e in un condominio di Pasadena. Mi piace che la gente abbia una passione e di quella passione conosca ogni piccolo dettaglio e sfumatura. Mi piace che ognuno in questo paese abbia hobby talmente specifici da risultare incredibili. E soprattutto mi piace che le persone, anche in politica, non si prendono sul serio e credono fino in fondo in quello che fanno, e lo fanno nel modo migliore possibile. Un po’ l’opposto di quello che succede in Italia. Ho avuto questa impressione mentre ero a Des Moines e ascoltavo comizi, fra cui quello del governatore repubblicano dell’Iowa Terry Branstad. Agli americani piace scherzare su quelle che da noi sono ritenute cose serie. Ora sono a Jacksonville, Florida, dove giovedí ci sarà il dibattito Cnn. Se ottengo l’accredito torno qua prima di andare a Tampa. Sono le 4.45 della mattina e ci hanno fatto fare uno scalo di un’ora. Tutti a caricare i telefoni. Con la luce della Greyhound station ho avuto modo di vedere meglio i miei compagni di viaggio. I tre cubani ci sono, a uno manca una falange dell’indice sinistro. C’è poi un ragazzo bianco e tozzo che avrà 25 anni. È vestito di nero, ha una felpa con scritte sataniche, i pantaloni sporchi di terra e i capelli rasati a zero con una coda tinta di arancione, che raccoglie sotto un cappellino. È ricopero di tatuaggi e parla con una ragazza bianca che ha appena conosciuto e, nonostante in sovrappeso, sembra troppo carina per essere su questo pullman. Poi si gira e ha uno dei denti davanti completamente nero, marcio, bucato. C’è un anziano signore nero con un cappello di lana e una canna da pesca in mano, un tizio bianco che sembra un geometra di cinquant’anni e una signora di origine esteuropea, direi polacca, con i capelli corti e biondi e una fascia di pail, che scopro ora di non saper scrivere, a coprirle le orecchie. Un uomo di mezza età ha la giacca verde militare e sporca e i baffi rossicci. Sulle spalle ha uno zaino e puzza chiaramente d’erba. Un ragazzo nero con la barba lunga ma curata è vestito da bulgaro. C’è una giovane mamma nera il cui bambino le ha dormito in braccio tutto il tempo e qualche altro ragazzo giovane. Bianchi o neri hanno tutti le braccia, le mani o il collo tatuati. In tutto saremo una ventina, prima di risalire ci hanno spulciato con un metal detector. Non parla nessuno, neanche chi sotto la luce dei neon della stazione ha fatto amicizia per un po’. Il pullman è ripartito in mezzo a una nebbiolina che non mi aspettavo, intorno non c’è nulla i nulla da segnalare, giusto qualche insegna ogni tanto. Potremmo essere ovunque. Fra poche ore ci fermeremo a Orlando, ho perso la cognizione delle soste e mi affido alle indicazioni dell’autista, che ha una specie di colbacco e intrattiene il suo autobus con battute saltuarie e ordini perentori. Tutti obbediscono e io mi adeguo. Trovo finalmente, per la prima volta da quando ho lasciato Charleston, una posizione decentemente comoda.

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