In fondo all’America

Miami mi appare all’improvviso dietro un groviglio di superstrade. Forse si vedeva già prima, ma avevo gli occhi chiusi. La prima scena che ho davanti alla stazione del Greyhound è una strada polverosa, con a un lato un venditore di hot dog stratato all’ombra di un albero, dall’altro un tassista in piedi fuori dalla macchina, con lo sportello aperto e la mano sul tetto. Dietro di loro c’è l’aeroporto. Dario mi è venuto a prendere alla stazione con la miglior macchina con cui si potesse presentare, una golf decappottabile nera di almeno vent’anni fa. Una di quelle che ti fanno tenerezza a vederle, invincibili. Ci presentiamo, saliamo in macchina e iniziamo a parlare. Io intanto lo ringrazio ogni sette minuti e mezzo, considerando che mi ha salvato. È una di quelle situazioni in cui penso sempre di non aver ringraziato abbastanza. Mi dice subito che Miami non è America e che gli piacerebbe portarmi al Versailles stasera o domani, un ristorante cubano dove storicamente andavano esuli e terroristi e dove è assolutamente vietato parlare di politica. Non potrei chiedere di meglio, d’altronde questo è il motivo che mi ha spinto fin quaggiù. Non sono mai stato cosí vicino a Cuba e all’equatore. Voglio provare a capire come voteranno i latini il 31 gennaio alle primarie repubblicane e a novembre alle presidenziali. Dario mi spiega che i cubani sono una storia a parte, che arrivano facilmente alla cittadinanza e che in alcuni casi sono ancora rifugiati politici. A loro non glie ne frega nulla di quanti muri, recinzioni o soldati Gingrich o Romney vogliano mandare al confine. Loro votano repubblicano e basta, la cittadinanza la prendono lo stesso. Ogni cubano ha un parente in America. Il problema è per tutti gli altri latini, quelli che vengono trattati come schiavi dai cubani stessi. Questo mi illumina anche sulla possibile scelta di Marco Rubio per la vice presidenza. Non è detto dunque che i latini votino per un cubano. Continuerò a pensarci nel pomeriggio. Mi porta a casa, a Miami Beach, mi fa vedere la mia camera. Una camera. Ho un materasso a terra e un bagno tutto per me, posso usufruire di teli da mare e costumi a volontà. Fuori ci sono 26 gradi, il sole mi riscalda e rilassa la pelle nonostante abbia dormito due ore appena fra Savannah e Jacksonville e forse qualche quarto d’ora sparso nel corso del viaggio, fra una maniglia infilata in un rene e un ginocchio sbattuto sul sedile davanti. Facciamo un breve giro giro su Lincoln Road, ci mangiamo due empanadas deliziose e Dario mi fa notare come qua i manichini nei negozi abbiano la vita stretta e il seno enorme. Mi guardo intorno e tutta questa gente ho l’impressione di non averla mai vista. A parte l’italiano facilmente riconoscibile dall’altro lato della strada.

Advertisements

Leave a comment

Filed under viaggio

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s