Monthly Archives: January 2012

Le ultime foto di St. Petersburg

Il vecchio con i tre pappagalli

Il minareto del Contry Club

Uno dei tanti barboni in villeggiatura

Il motel con la scritta sbiadita

La prima filiale Chase che ho visto da quando ho lasciato New York

Un vialetto di St. Petersburg

Un gatto in vetrina

Una ragazza che studia in spiaggia

Un anziano che dorme

Una coppia di anziani teenager

Un pellicano in posa

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Obama for America, St. Petersburg

L’esterno dell’ufficio di Obama for America a St. Petersburg, aperto il 29 gennaio

Due ragazze si segnano per fare le volontarie. Alle spalle i compiti della settimana

La stanza sul retro

Il modulo per fare i volontari per Barack Obama

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Le prossime tappe

Ora sto andando a Tampa, al quartier generale di Romney e di Obama. Alle otto più o meno sarà proclamato il vincitore. Probabilmente Romney, che secondo il New York Times aveva 15 punti di vantaggio su Gingrich. Domani mattina partirò per Las Vegas, arriverò alle 6 del pomeriggio ora locale e continuerò a sbagliarmi con l’ora per almeno due giorni. Ho parlato con Brian, il fotografo di 52 anni che mi ospiterà. Si è offerto di venirmi a prendere all’aeroporto e mi ha detto di non prendere impegni per le 8 di sera. Ci sarà l’happy hour del Couch Surfing. Ho accettato con l’entusiasmo di un esule, ma andrà a finire che sarà divertente. Tuttavia ho pensato che questi sono gli inconvenienti del Couch Surfing. La cosa che ho appena fatto, invece, è stato comprare un biglietto d’autobus da Las Vegas a Denver, che in 15 ore e senza trasferimenti, ma solo qualche pausa, mi porterà a seguire le primarie del Colorado attraversando lo Utah. Partirò all’una di notte, dopo il voto del Colorado, e arriverò alle sei del pomeriggio del 5. E in qualche modo non vedo l’ora!

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Obama for America

Continuo a credere di aver scampato l’inverno, ma di tanto in tanto mi accorgo che non è vero, che è solamente finito gennaio. Le prossime tappe mi porteranno verso ovest e poi verso nord. Il caldo di questi giorni tornerà a essere un sogno. Mi godo queste ultime ore passeggiando scaldato dal sole di St. Petersburg. Qui scendono i vecchi barboni del nord est per passare l’inverno in un posto caldo e sicuro, senza rischiare di morire fuori da Grand Central, a New York. Per strada si notano gruppetti di anziani coi capelli bianchi e la pelle segnata dalle intemperie che parlano e ridono. Odorano di tabacco e di birra, ma non hanno le facce provate e stanche che hanno a New York. In giro la gente chiede un dollaro per il pullman, ogni tanto si vede un gruppo di ispanici seduti in un vicolo, riparati da un ombrellone che è stato tirato fuori troppo presto. Questo sole arrossisce soltanto la pelle di quelli troppo bianchi, come me. Infatti mi ritrovo le guance che bruciano. Oggi è lunedì e la spiaggia è deserta, così come i parchi che già nel weekend sembravano troppo grandi, mentre ora sono semplicemente vuoti. Il lungomare è popolato di gabbiani che si mettono in posa per una foto, in spiaggia ci sono solo un paio di persone, una ragazza che studia sdraiata su un asciugamano e un anziano che dorme in una posizione innaturale. Dietro di loro vedo una coppia di vecchi teenager in pantaloncini corti che si tengono per mano. Hanno circa settanta anni. Oggi ho visto un motel con la scritta sbiadita, la prima filiale di Chase da quando ho lasciato New York, un gatto in vetrina, cavi dell’elettricità che percorrevano paralleli i vialetti alberati e infine il regno delle parrucche, Wig Villa. A fianco c’è l’ufficio di Obama for America, che a St. Petersburg ha aperto appena due giorni fa. Ho camminato mezz’ora per arrivare fino a qua. Lo guardo da fuori e la prima impressione è che sia ancora un po’ sottosopra. C’è solo un grosso striscione appeso in alto con il marchio della campagna di Obama, “2012 barackobama.com”. Quando entro c’è un ragazzo che credo sia appena uscito dal college. Ha una felpa verde con la zip, è seduto in maniera scomposta sul divanetto e ha un computer fra la pancia e le gambe. Si chiama Jakob. Mi guarda e mi chiede se può fare qualcosa per me. Come al solito sbaglio e mi presento come un giornalista. Resta un attimo perplesso mentre mi fissa da sotto le sue sopracciglia folte e wasp, poi va a chiedere consiglio nella stanzetta sul retro. Nel frattempo io osservo l’anticamera spoglio dove oltre al divano c’è solo una scrivania. La ragazza afroamericana che ci è seduta mi osserva con uno sguardo di commiserazione, sapendo già che nessuno mi rivolgerà la parola. Io guardo lei, quando entrano due ragazze che compilano i moduli per arruolarsi come volontarie per la campagna del presidente, una macchina da un miliardo di dollari che Jim Messina gestisce a Chicago. Alle loro spalle vedo appesi al muro dei grandi fogli con i compiti dei prossimi giorni e i nomi dei volontari. Oggi c’è il Voter Registration Training, domani sarà invece il turno delle telefonate a tutto il vicinato e per ora sono otto i volontari iscritti. Jakob torna con un numero di telefono scritto su un foglietto di quaderno e mi dice un nome. “Sabrina Caprioli, per queste cose devi parlare con lei. Nessuno in questo ufficio è autorizzato a parlare con la stampa”. E’ a Tampa. Esco e la chiamo. E’ gentile, mi dice che anche lei non può parlare on the record, ma mi invita al quartier generale di Tampa domani, proverà a farmi parlare con qualcuno. “Sai, sono per metà italiana”, mi dice con orgoglio. “Avevo immaginato”, rispondo ridendo. “Domani, alle 6.45, ti mando un’email”, mi ricorda prima di riagganciare. Sarà un ultimo giorno pieno, quello di domani sulla baia di Tampa, sospeso fra il quartier generale di Romney e quello di Obama.

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Ricordatevi di votare per Romney

Quando una signora di una certa età con cui hai parlato mezz’ora per strada ti chiede “are you on Facebook” fa sempre un certo effetto. A Regula, la signora di origine svizzera che me lo ha chiesto, dico però di sí molto volentieri. Abbiamo avuto una lunga, piacevole e causale conversazione in riva al mare. Ha i capelli grigi e ricci raccolti in una coda, un gilet da cui esce una camicia di jeans e uno sguardo dolce. L’accento tedesco le è rimasto molto forte, specialmente quando mi da ragione. “Vright”, mi dice strascicando la R. Con Regula c’è il marito Walter, che ha 80 anni e forse 20 più di lei. Molto simpatico, con delle lunghe basette bianche da rude boy e i capelli candidi che gli escono da sotto la visiera del cappellino da baseball. “Proprio oggi abbiamo ricevuto un paio di telefonate dalla campagna elettorale di Romney”, mi racconta Regula. “Volevano ricordarci di andare a votare domani e sapere se eravamo ancora con Romney”. Quattro anni fa Regula e Walter hanno votato per Romney, a loro l’ex governatore del Massachusetts piace, lo reputano un uomo onesto. “Credo che la gente sia solo invidiosa dei suoi soldi” dice Walter con un sorriso da Babbo Natale. “Per questo non voleva rivelare la sua dichiarazione dei redditi”. Regula e Walter sono pratici in quello che dicono. “L’America ha bisogno di qualcuno bravo con i soldi, qualcuno che sia in grado di amministrare economicamente il paese”. Sono sposati da venticinque anni, Walter vorrebbe andarsene in Svizzera, ma Regula si rifiuta. “Mica c’è questo clima qua”, gli dice facendomi l’occhiolino. “Sono d’accordo”, rido io. “La Svizzera è fredda, qua si sta benissimo”. Regula mi racconta di quattro anni fa, quando andarono al rally di Romney al Vinoy, l’albergo più caro di St. Peterburg. “Disse che era un bad loser, uno che non ama perdere e non ne è capace”, ricorda. “Ma quella volta credo che già lo aveva capito che McCain avrebbe vinto. Stavolta mi sembra diverso, credo che arriverà alla nomination. Non capisco come la gente possa votare Gingrich”. Gli racconto che in giro ho visto solo cartelli a favore di Ron Paul, e mi lasciano di stucco. “Oh, a noi piace Ron Paul, credo solo sia un po’ vecchio”, mi dice il marito. “Oh Walter, non la metterei sull’età”, ribatte Regula col suo accento tedesco. “Secondo me Ron Paul ha buone idee e piace molto ai giovani, anche io in giro vedo solo cartelli per lui. Fa bene a essere contro la guerra, a cosa serve spendere tutti i nostri soldi in paesi stranieri?”. Il problema, secondo lei, è che la gente non gli darà fiducia. “E cosa pensi di Santorum”, mi chiede. Non so cosa rispondere, così le racconto la storia della foto del feto abortito dalla moglie che l’ex senatore della Pennsylvania tiene sulla scrivania. “Vedi?”, risponde Regula dando sorridente di gomito al marito, “te l’ho detto che è un estremista”. Walter la guarda, poi si rivolge a me. “A me piace Santorum, è molto religioso”, dice. “Un po’ troppo”, ribatte la moglie. “Non capisco come possa dire alle persone di fare più figli, non ci sono soldi, le famiglie americane non riescono a tirare avanti, l’ultima cosa che possono fare sono i figli”, dice scuotendo la testa. “Credo che il problema di Romney sia più che altro religioso”, ammette Walter. “Gli americani ai mormoni non li vedono di buon occhio, anche se le cose stanno cambiando. Tutti i mormoni che ho incontrato erano brave persone. Non bevevano, non fumavano, erano educati… vanno anche due anni in giro per il mondo a fare i missionari”, spiega. “Però la storia di Joseph Smith proprio non mi torna”, aggiunge riferendosi al profeta dei mormoni che raccontò di aver avuto visioni a partire dagli anni venti dell’ottocento, quando era ancora adolescente, per poi scrivere a 25 anni, nel 1830, il Book of Mormon, la bibbia dei mormoni. Walter e Regula sono scettici, ma comunque domani voteranno per lui. “Sono un po’ come Scientology”, aggiunge Regula. “Hai visto a Clearwater, è tutto loro”, mi dice parlando della cittadina vicina. Non lo sapevo. “Quella è gente strana, ti controllano, non mi piacciono per nulla”, dice continuando a intendere Scientology. Continuiamo a parlare per un po’, scherzano un po’ sull’Italia che per gli svizzeri è inaffidabile e su Berlusconi, prima di andare ognuno per il suo lato del canale che separa il centro di St. Pete, come la chiamano qua, dal quartiere residenziale. “Ci piace la politica, non ci capisco nulla, ma mi piace un sacco”, mi dice Regula salutandomi con un grande sorriso, senza rendersi conto che le loro parole raccontano i dubbi e le scelte di mezzo paese.

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Le seconde impressioni su St. Petersburg

St. Petersburg è una città residenziale e non si sente parlare di politica. È un luogo civile e mi dicono che ogni incrocio qua è una dimostrazione di democrazia: tutti si fermano per lasciar passare chi è arrivato prima. Questo oltretutto è stato uno dei primi posti al mondo a utilizzare l’acqua riciclata, usata per innaffiare le piante. Case con il garage si alternano ad altre case con il garage. Le Buick, le Toyota e le Chevrolet restano di guardia a controllare, immobili nei vialetti, in silenzio. Bambini in bicicletta ansimano per raggiungere i genitori. L’unico cartello elettorale che ho visto in giro, di nuovo, è per Ron Paul. Il deputato texano fa presa soprattutto sui giovani, e anche se qua ce ne sono pochi i suoi sostenitori si dimostrano sempre i più fedeli, entusiasti. Su un paraurti un adesivo svela l’animo conservatore del suo proprietario. “Se pensi che l’assicurazione sia cara ora”, si legge, “aspetta che diventi gratuita”. I grandi parchi che costeggiano il mare sono spesso vuoti. Ci sono campi da beach volley per i quali c’è poca fila. Ci sono cani che tirano i padroni sui rollerblade e pellicani che scendono in picchiata. Non ne avevo mai visti e sono incredibili per come rallentano, esitano e poi si buttano con tutto il peso verso il mare. E poi canne da pesca, panama, biciclette. Qui si trasferiscono i pensionati, per scaldare un sangue ormai freddo al sole. Li vedi in giro vestiti in pantaloni corti e camicie hawaiiane o in jeans e maglietta. Oppure con pantaloni kaki e camicia. Ci sono anziani in forma, anziani malati, anziani abbronzati, anziani bianchicci, ma soprattutto anziani vestiti da bambino, anziani con l’orecchino, anziani coperti di tatuaggi, anziani che giocano a beach volley e anziani con tre pappagalli addosso su un triciclo gigante, con un amplificatore sul portapacchi che spara musica rok anni sessanta. Beh, in realtà questo era uno solo. Alcuni hanno perso una gamba in guerra, alcuni l’hanno lasciata al diabete. È un tripudio di scarpe da ginnastica bianche. St. Peterburg è come una colonia estiva per anziani. Con un estate lunga nove mesi e i restanti tre mesi di primavera inoltrata.

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Le prime foto di St. Petersburg

Paolo guarda il ritratto di Jfk nel suo ufficio di St. Petersburg

I pappagalli che si accoppiano rumorosi nella gabbia

I boy scout che offrono lavoretti o pop corn il sabato mattina

Il pellicano a St. Petersburg

Il sabato pomeriggio delle leghe minori americane

A St. Petersburg si parcheggiano le barche davanti a casa

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