Il Michigan per Mitt Continue reading
Monthly Archives: February 2012
Conferme
Stasera il Daily Beast apre il suo Cheat Sheet così. Forse Michael e tutti gli altri con cui ho parlato avevano ragione. E se ora Santorum vince il Michigan?
Filed under viaggio
Michigan are you ready to rock
Nazril Islam ha una cinquantina d’anni e viene dal Bangladesh. Ha fatto il minatore a Dubai, ha vissuto qualche anno a New York e ora si è trasferito a Detroit, dove il figlio frequenta l’università. “Fra un paio d’anni mio figlio finisce gli studi e allora tornerò a New York”, mi dice in un inglese che non so come sono riuscito a capire. Nazril mi racconta che a Detroit vive in una comunità di 10.000 connazionali. “Siamo tutti democratici”, mi spiega. “Facciamo anche dei fundraising”. Evito di spiegargli che sono diventato un esperto in materia. Nazril è il tassista che mi porta da Detroit a Clinton, dove abita Ed. Stanotte passerò la notte da lui, per poter assistere al rally di Mitt Romney a Royal Oak, cittadina del Michigan dove viveva Jack Kevorkian, il “dottor morte”, il medico che finí in galera per aver aiutato almeno 130 pazienti a suicidarsi. Ad accompagnarmi a Royal Oak è Matija, un ragazzo tedesco che sta facendo uno stage da Ed e vive a casa sua. Matija, che è alto, magro, biondo e porta dei baffi sottili per sembrare più grande, in realtà è fuggito dalla Croazia con la madre durante la guerra, mentre il padre divenne un alto ufficiale dell’esercito. Vivevano a Osijek, vicino al confine con la Serbia. Quando arrivarono a Kaiserslautern Matija, che ha la mia stessa età, aveva dieci anni, ma mi dice di ricordare perfettamente il sibilare delle bombe che cadevano su Osijek. “Erano almeno tre fischi diversi”, mi dice. “Sentivi questo sibilo e poi l’esplosione. A volte era in lontananza, a volte invece molto vicino”. Mi dice che dopo i primi tre giorni di paura, per quello che ricorda, la sua famiglia cercò di continuare a vivere normalmente. Poi però fuggirono. In poco tempo suo padre divenne un alto ufficiale dell’esercito. Finita la guerra aveva trent’anni ed era già in pensione. Non ha più lavorato ed è rimasto in Croazia. Matija invece ha studiato legge e ora vive a Berlino con la sua ragazza. Ha lavorato per un po’ al parlamento tedesco, poi è venuto qua a Detroit a fare uno stage di due mesi da Ed, che conosceva il suo capo, visto che doveva aspettare per poter cominciare il praticantato. Arriviamo al Royal Oak Music Theather dopo ave mangiato un hamburger poco lontano. Appena dentro vedo il giornalista con il cappellaccio, quello che ho incrociato ovunque fra Des Moines, Charleston, Jacksonville, Tampa, Las Vegas, Denver e forse anche altrove. Poi vedo le prime facce amiche da quando sono partito. Sorrido. Mi sono mancate un sacco. Ho la solita sensazione di essere tornato a casa, su questa carovana che scompare e riappare identica in ogni sperduto angolo d’America. Come in un passaggio segreto, sei in una piccola cittadina di periferia distante miglia e mondi interi dal palcoscenico della politica nazionale, ma basta aprire una porta per ritrovarti a Washington, sotto le luci della Cnn e di Fox News e fra questa corte si giornalisiti e membri dello staff che sono quasi diventati una famiglia. Io mi sento come un loro lontano cugino, uno di quelli che vedi solo ai matrimoni. Sono passati due mesi ormai, da quella mia prima notte a Des Moines, il primo gennaio. Vedo un collega italiano, qualche americano e anche Rick, in lontananza, l’addetto stampa di Romney con cui avevo discusso a Denver e che poi accettò le mie “italian apologies” via email. A introdurre Romney sono il governatore del Michigan Rick Snyder e soprattutto l’attorney general del Michigan Bill Schuette, uno showman che riscalda la folla. “Michigan are you ready to rock”, ripete, “Michigan are you ready to roll”. Entra Romney, che racconta la solita storia della fidanzata del liceo diventata poi sua moglie, spara la solita grande quantità di numeri e poi cala il colpo a sorpresa. Kid Rock.
Filed under viaggio
La cena pomeridiana
Domenica sera Michael ha organizzato una cena a casa sua per parlare un po’ di politica. A tavola c’erano Nancy, una giornalista locale, David, il direttore dell’Opera di Detroit di origine calabrese, Ed, il suo stagista tedesco Matija e un altro David, un giovane che lavora nelle pubbliche relazione e che ha lasciato New York dopo quindici anni per venire a Detroit, qualche mese fa. Michael è un bravo cuoco e ha preparato un’ottima cena. L’unica mia perplessità riguardava più che altro l’orario dell’invito: le tre del pomeriggio. Alle otto se ne sono già andati tutti, e io ho anche finito di lavare i piatti. Mica sono in albergo. La cena è stata molto interessante e illuminante. A tavola erano tutti democratici, ma è emerso che alcuni di loro oggi avrebbero votato per Santorum. Grazie alle primarie aperte infatti non c’è bisogno di essere registrati con il partito repubblicano per votare. Alla nostra tavola Santorum potrebbe aver preso tre voti, escluso quello di Ed, cosí profondamente antirepubblicano da non voler portare sulla coscienza un voto per l’ex senatore della Pennsylvania. Gli altri invece stanno valutando la possibilità. È la stessa tattica che ha permesso a Newt Gingrich di vincere in South Carolina e consiste principalmente nell’affossare Romney, lo sfidante più moderato e più pericoloso per Obama. David, che ha ispidi ricci grigi e un paio di baffi ben curati, racconta poi di aver visto Kwame Kilpatrick all’opera, qualche giorno fa. “Kwame is back in town”, dice. Kilpatrick è l’ex sindaco di Detroit, un giovane democratico di belle speranze costretto a dimettersi nel 2008 in seguito a una serie di scandali. Dopo ver passato del tempo in galera, ora Kilpatrick è libero ma in attesa di finire di nuovo dentro per un bel pezzo. A quanto pare si credeva invincibile, veniva da una famiglia di politici, e cominciò a intascare tangenti. “Era cosí pieno di sé da volere che le persone gli pagasserò un tributo”, mi spiegano a cena. “Non erano solo tangenti”. Si sentiva al di sopra della legge, ma poi qualcuno cominciò a parlare e per Kwame iniziarono i guai. Ora il sindaco è Dave Bing, ex giocatore di basket con i Detroit Pistons, anche lui democratico. “E’ un brav’uomo”, mi raccontano, “ma per rimettere a posto Detroit ci vorrebbe una persona con più polso”. Passiamo a parlare dell’esodo di Detroit e mi spiegano che la crisi in realtà non ha influito molto, ma ha avuto l’effetto opposto per parecchie persone. “Io ad esempio sono rimasta bloccata”, mi dice Nancy. “Da quando sono venuta a Detroit casa mia ha perso cosí tanto valore che ora non me ne posso andare, non posso venderla, butterei un sacco di soldi”. Come Nancy, che paga il 40% in meno di tasse sulla proprietà, sono in tanti a essere rimasti bloccati qua. La sua casa vale la metà di quando l’ha acquistata quindici anni fa. L’altro David paga 500 dollari d’affitto al mese per una casa con una camera da letto. A New York il suo appartamento costerebbe fra i 2.000 e i 2.500 dollari. La casa di Ed invece ha perso 4.000 dollari di valore nell’ultimo anno e pagherà circa 600 dollari in meno di tasse sulla proprietà rispetto a due anni fa. “Ma non voglio pagare meno tasse”, mi dice scoraggiato. “Vorrei che la mia casa valesse qualcosa”. A due isolati da qua c’era anche la casa natale di Romney. Qualche mese fa l’hanno abbattuta dopo che era stata pignorata. “Lui non ha fatto nulla per salvarla”, mi dicono. “Sarebbero bastate poche migliaia di dollari e avrebbe fatto qualcosa per la città, sarebbe stato un bel gesto”. Romney qua ha un problema di credibilità, i suoi concittadini non si fidano di lui e lo considerano un voltagabbana, un traditore. Ad esempio si è sempre opposto al piano di salvataggio dell’industria automobilistica varato da Obama. “Lasciamo fallire Detroit”, aveva detto. Quelle parole qui non se le sono dimenticate. Durante la cena suona il telefono. “È un messaggio registrato di Rick Santorum”, dice Michael, “è già la seconda volta che chiama oggi”. In mattinata l’ex senatore della Pennsylvania si è proposto come “la scelta conservatrice per sconfiggere Barack Obama”. Stavolta spiega che “se hai a cuore il secondo emendamento e vuoi possedere una pistola, devi ascoltare questo messaggio”. A tavola Santorum non è molto amato. Mi raccontano una sua intervista sui matrimoni omosessuali. Pare abbia detto più o meno “uomini con uomini, ti rendi conto, e poi dove andremo a finire? Uomini e cani?”. Michael scuote la testa. “E’ proprio il passo successivo”, dice ridendo.
Fra Detroit, Royal Oak e Clinton
Il Royal Oak Music Theather dove Romney ha parlato ieri sera Continue reading
Voto Mitt perchè, Royal Oak
Jo: perchè non fa parte dell’establishment e viene dal Michigan Continue reading
La costituzione di Ron Paul
Trovare un taxi a Detroit è praticamente impossibile, e non è un buon segno per la città. Stamattina ho chiamato venti compagnie cercando di farmi venire a prendere a casa di Michael, ma fanno tutte solamente il servizio per l’aeroporto. Quando avevo quasi perso le speranze sono riuscito a farmi mandare una macchina. Il tassista è Nazril Islam, un cinquantenne del Bangladesh che ha lavorato come minatore a Dubai, poi è venuto in America, prima a New York e poi a Detroit, dove studia il figlio. “Fra due anni tornerò a New York”, mi dice in un inglese francamente incomprensibile. Mi lascia davanti al Community Center di Woodward Avenue, dopo aver avuto enormi difficoltà nel capire la strada. Erano appena quattro miglia. Glie l’ho spiegata io, grazie all’iPhone, ma qua nessuno sembra avere idea delle strade. All’interno del Community Center Ron Paul ha appena iniziato a parlare. Ci sono circa quattrocento sostenitori entusiasti che partono con standing ovation a ritmo regolare, ogni otto minuti. Lui è il solito Ron Paul, molto incisivo con i suoi sostenitori e per nulla convincente con gli altri. Alla fine incontro Joanna, che fa la volontaria. “Non pagata”, ci tiene a specificare. È albanese, parla italiano, ha studiato ingegneria biomedica a Pavia e ora vive a Detroit da otto anni. “Pensavo sarebbe stato facile come venire in Italia”, mi racconta mentre mi concede il primo passaggio di questo nuovo viaggio. “Invece venire in Michigan è stato uno shock culturale”. La sua macchina è piena di roba e trabocca di cartelli di Ron Paul. Joanna ha tanti capelli neri e ricci, parla italiano e inglese perfettamente. Prima di salutarmi mi regala una costituzione americana. “E’ la costituzione di Ron Paul”.
Filed under viaggio
La grande fuga da Detroit
Secondo gli abitanti di Detroit sono stati cinque giorni a cambiare destino di questa città, passata in qualche decennio da 1,8 milioni di abitanti a una popolazione di 700.000 persone. Negli anni quaranta e cinquanta questa era una delle città più ricche d’America. “Ricordati questa data”, mi dice Ed, membro del partito democratico e custode della memoria cittadina. “Il 23 luglio del 1967″. Ai tempi Detroit era una città benestante, con pochi ricchi, pochi poveri e una grandissima middle class che si allargava quartiere dopo quartiere. Il Michigan era forte della sua industria automobilistica che sembrava invincibile e aveva un governatore molto amato, George Romney, il padre di Mitt. “C’erano anche grandi foreste”, mi dice Ed, “il legno del Michigan ha costruito il nordest”. Ford, Gm e Chrysler davano lavoro a tutta la città. “Qua la vita era il massimo”, ricorda. “Avevamo tutti una casa in città, un cottage sui laghi, un’auto e una barchetta. Se venivi licenziato prendevi l’80% dello stipendio fino a che non venivi riassuto. C’era la fila per essere licenziati”. Il 23 luglio del 1967 però le cose cominciarono a cambiare. Erano le prime ore dell’alba quando la polizia fece irruzione in un locale notturno della 12th street. Il bar era noto come blind pig, vendeva alcolici senza permesso ed era aperto oltre l’orario di chiusura. La polizia pensava di trovare all’interno appena venti persone, ma ce n’erano almeno ottanta. Stavano festeggiando il ritorno di un veterano dal Vietnam. Mentre tutti i presenti venivano arrestati, fuori dal bar cominciò a radunarsi una piccola folla. Era un bar frequentato da afroamericani e l’intervento della polizia, al tempo erano tutti bianchi, fece scoppiare la rivolta. Alcune persone cominciarono a saccheggiare un negozio di vestiti lí vicino e in poche ore gli scontri si allargarono a tutta la città. In quei cinque giorni persero la vita 43 persone, 467 furono ferite e 7.200 arrestate. Oltre 2.000 edifici vennero distrutti e per fermare l’insurrezione George Romney fu costretto a inviare la Guarda Nazionale e il presidente Lyndon B. Johnson mandò l’esercito. Secondo gli abitanti di Detroit l’esodo è cominciato allora, e ha avuto forti motivazioni razziali. Fuori da una chiesa di Linwood Road, durante la rivolta del 1967, la statua di una Madonna venne pitturata di nero. Da allora il volto di quella Madonna è pitturata di nero ogni anno. “Bianchi e neri litigavano per comandare”, ricorda Ed, e la middle class cominciò ad abbandonare Detroit, proprio mentre le grandi case automobilistiche sceglievano di lasciare il centro e trasferirsi nei sobborghi. “Le persone si traferirono anche per motivi scolastici”, racconta Ed, “andarono in periferia alla ricerca di un’istruzione migliore per i propri figli”. Dopo il 1967 le case cominciarono a perdere valore. Disfarsene divenne sempre più difficile. Le cose peggiorarono durante la crisi dell’industria automobilistica negli anni ottanta, ma è stato solo negli ultimi anni che la città ha ricevuto il colpo di grazia. “Ora le persone rubano di notte i mattoni dalle case abbandonate e li rivendono”, mi spiega Ed. “Sono rimasti solo due ospedali e la Wayne State University a dare posti di lavoro. Non c’è immigrazione”. Vendere la propria casa divenne impossibile, non valeva più niente. “Casa mia ha perso 4.000 dollari di valore solo quest’anno”, mi spiega Ed. Le persone rimasero bloccate qua senza neanche i soldi per mantenere le proprie case. “Questa non è recessione, è depressione”, continua Ed. “Le case automobilistiche sapevano che sarebbe arrivata e hanno provato a cambiare le cose. Ford ha reagito più in fretta, Chrysler invece è stata distrutta dai tedeschi. Fiat però sta facendo un ottimo lavoro. Sergio Marchionne ha studiato a Windsor, in Canada, proprio al di là del fiume. Conosce questa zona, ne capisce la cultura”. Secondo Ed a uccidere l’industria automobilistica sono state le banche, “che hanno smesso di erogare prestiti. L’auto è il secondo grande acquisto che fai, dopo la casa. E infatti prima si è bloccato il mercato immobiliare, poi l’industria automobilistica”. È stato cosí che il Michigan è precipitato nel baratro. “E’ come avere un morto in famiglia”, spiega Ed. “Ancora in città la gente sta cercando di elaborare il lutto”.
Detroit, bella e abbandonata
Qui, fino a quache mese fa, sorgeva la casa natale di Mitt Romney Continue reading
Le rovine di Detroit
Detroit è come una vecchia villa aristocratica messa a soqquadro dai ladri. E’ stata una bella città, si vede il ricordo di uno splendore antico, ma non è riuscita a opporsi al passaggio del tempo e ora giace abbandonata come l’immondizia trascinata dal vento ai piedi delle recinzioni metalliche che separano le sue case dal nulla. La prima metà del novecento l’ha resa ricchissima, la seconda metà è stata un lento degradare verso l’abbandono. Se ne sono andate milioni di persone, e chi è restato ne parla ora con amorevole rassegnazione. In giro si incontrano poche macchine e pochissime persone. Gli edifici del centro sono imponenti, costruiti negli anni trenta e quaranta. Erano all’avanguardia, come del resto lo era Detroit al tempo. Gotico e art deco si mischiano, ci sono migliaia di finestre, che però per la maggior parte oggi restano chiuse. Questi edifici sono deserti, come lo sono il centro e la periferia di questa città che ha visto fuggire la propria middle class negli ultimi cinquant’anni. Vecchie Camaro o Dodge ti sorpassano rombando su queste strade troppo grandi del centro, da cui sono fuggite le grandi case automobilistiche per rifugiarsi nei sobborghi. Lasciandosi alle spalle voragini mai riempite. Non c’è traffico, e le macchine sono tutte grigie, beige, marroni o nere, con forme anni settanta e ottanta. E’ la città dell’auto, ma qua nessuno può permettersi di comprarne una nuova. A pochi passi dal centro, proprio dietro gli stadi dei Detroit Lions e dei Tigers, le squadre di football e baseball, c’è una vecchia ferrovia con un treno merci abbandonato, trasformato in un album da disegno. E’ una città di pali storti e insegne che pendono. Non si contano gli edifici in vendita o abbandonati, le grandi chiese ormai vuote, ma ancora maestose. Molte sono polacche, ma ci sono anche sinagoghe e moschee. “Trova Gesù nel Corano”, dicono due adesivi attaccati alle finestre della moschea di Detroit. Girando per la città vedi case che i proprietari cercano di salvare accanto a case che cadono a pezzi e a lotti di prato ingiallito dove una volta sorgevano villette. Anche i negozi aperti danno l’impressione di essere abbandonati. Nel Lower East restano solo poche case abitate, molte diroccate, qualche chiesa e un liquor store. Lo chiamano beffardamente party store. Ci sono alberti abbattuti, mucchietti di neve agli angoli delle strade e un vento gelido che arriva dal Canada. Anche per questo in strada non si incontra nessuno, se non qualcuno nascosto nel cappuccio di una felpa larga quanto i jeans calati fin quasi alle ginocchia. Pochi coraggiosi, o più semplicemente disperati senza una macchina. “I mezzi pubblici in questa città sono fatti apposta per farti comprare una macchina”, mi aveva detto Michael ridendo. Le fermate degli autobus sono delle gabbie utili più che altro per ripararsi dal freddo. Proprio nel Lower East spuntano all’improvviso tre o quattro isolati colorati, che stonano con l’atmosfera grigia e spettrale del quartiere. E’ l’Heidelberg Project, ovvero case e giardini abbandonati colorati e decorati con una montagna di oggetti trovati per strada. A realizzarlo nel corso degli ultimi venticinque anni è stato Tyree Guyton, che oggi è il direttore artistico dell’area. I quartieri intorno al centro sono tutti uguali e semiabbandonati, come lo è il vecchio stabilimento Ford di Highland Park, dove veniva assemblata la Model T, la prima automobile figlia della catena di montaggio. Migliaia di finestre rotte, vetri in terra e assi di legno. Case di legno afflosciate su se stesse si alternano a villette mantenute a fatica dai proprietari. Poi ci sono case di mattoni abbandonate, a cui mancano muri interi. “Le persone vengono di notte a rubare i mattoni, per poi rivenderli”, mi spiega Ed, amico di Michael e membro del partito democratico di Detroit. A queste case mancano gli angoli, o hanno grandi voragini al posto delle finestre. Mattone dopo mattone vengono derubate, fino a farle crollare. “Questa non è recessione, ma è depressione”, afferma Ed. Eppure questa città ha tesori nascosti, come il Detroit institute of Arts. All’interno c’è Detroit Industry, una meravigliosa serie di murales di Diego Rivera commissionati da Henry Ford e che rappresentano la catena di montaggio dello stabilimento Ford. Gli operai di Rivera, pittore messicano e comunista, oltre che marito di Frida Kahlo, hanno pose eroiche mentre i loro capi li osservano con aria truce e sguardi inquisitori. Il messaggio politico di Rivera, molto evidente, mandò su tutte le furie Henry Ford, un uomo profondamente conservatore cresciuto in una fattoria nelle campagne del Michigan. A salvare i murales di Rivera fu Edsel Ford, che litigò col padre pur di impedire che fossero distrutti. “Il problema di Detroit è che le persone non si sono mai messe d’accordo”, mi spiega Ed, “è per questo che la città è caduta in disgrazia”.
Filed under viaggio
Il concerto jazz a casa di Michael
Palmer Woods è un quartiere storico e ricco di Detroit. Al 19.425 di Gloucester Drive c’è la casa di Michael, l’avvocato che mi ospita. Due isolati più in là c’era la casa natale di Mitt Romney, quella dove è cresciuto, che è stata però abbattuta qualche mese fa dopo essere stata pignorata. Tutto intorno sorgono splendide ville in mattoni, fra cui una disegnata da Frank Lloyd Wright e una da Minoru Yamasaki, padre del World Trade Center. La casa di Michael è grande, maestosa, ed è stata costruita nel 1931, nel pieno della grande depressione. Mi ha raccontato che il proprietario era uno speaker radiofonico conservatore diventato un estremista dopo la crisi del 29, tanto da essere accusato di nazismo sul finire degli anni trenta. Ai bambini ebrei i genitori proibivano addirittura di andare a giocare vicino al suo giardino. Nella sala di Michael c’è anche un bar segreto, nascosto da una porta che si apre sulla parete di legno. Ieri sera però la stanza è stata adibita a palcoscenico per un concerto jazz. A organizzarlo non è stato Michael, ma il quartiere. La manifestazione si chiama semplicemente “Music in Homes” ed è un modo per raccogliere fondi. Qualche mese fa Barbara, la responsabile, ha chiamato Michael convincendolo a mettere a disposizione la sua casa. Ieri la sala è stata svuotata dei mobili e riempita di sedie pieghevoli. In serata sono arrivate oltre cento persone che hanno pagato trenta dollari per assistere alla performance del complesso in cui suona la chitatta Spencer, il marito di Barbara, e di cui fanno parte anche un bassista e un batterista. Un concerto molto bello, secondo gli spettatori più esperti, diviso in due atti. Durante l’intervallo dieci volontari hanno servito una cena completa a tutti gli spettatori, la maggior parte dei quali non conoscevano Michael. Io ho passato la gran parte del tempo in cucina a chiacchierare con Abe, un enorme ragazzo di trent’anni con ai mignoli due anelli ingombranti e i capelli neri ingellati all’indietro, che si è detto disgustato dai repubblicani. Ripetutamente. Tutti quelli con cui ho parlato erano democratici. Tutti hanno apprezzato la casa di Michael e il concerto. A lui mi è parso di capire che importasse molto poco del jazz, ma l’ha fatto per aiutare il quartiere.
Filed under viaggio
La piccola azienda di Dennis
Il volo da Washington a Detroit è rapido e tranquillo. Appena un’ora e mezzo sopra una distesa di nuvole compatte che non lasciano intravedere nulla fino a che non spunta, pochi minuti prima dell’atteraggio, il lago Erie e una distesa di quartieri residenziali che almeno dall’alto non danno l’impressione di essere abbandonati. L’aereo è minuscolo, forse 50 posti, e accanto a me è seduto Dennis, un sessantenne di Gran Rapids con la pelle macchiata dagli anni. È pelato con radi capelli biondicci ai lati della testa e folti baffi curati. Indossa un paio d’occhiali, pantaloni di velluto marrone ed è molto gentile. “Sono sempre stato repubblicano”, mi racconta, “ma ora voto democratico”. Il cambio è avvenuto nel 2004. “Ho votato per il primo mandato di George W. Bush, poi per Kerry e ovviamente per Obama”. Dennis è il proprietario di una piccola impresa manufatturiera con un giro d’affari annuale di 3 milioni di dollari. Realizza parti d’auto per le grandi case automobilistiche di Detroit. “Prima lavoravo per un’altra azienda, poi 22 anni fa ho deciso di mettermi in proprio e ho rilevato questa”, spiega. “All’inizio i dipendenti erano otto, poi siamo arrivati fino a trenta”. Durante la crisi però le cose sono cominciate ad andare male. “Nel 2008 abbiamo perso tutto quello che avevamo accumulato per oltre quindici anni, ho dovuto mandare a casa metà dei dipendenti, ora però le cose stanno andando di nuovo alla grande”. Negli anni Dennis ha visitato stabilimenti in tutto il mondo, soprattutto in Sudamerica, dove ha imparato a leggere lo spagnolo, che però non parla. “Fiat ha fatto un ottimo lavoro qua”, mi dice. “E poi il bailout del presidente Barack Obama è stato fondamentale per salvare l’industria automobilistica”. Secondo Dennis Obama è un bravo presidente. “Durante la crisi Detroit si è svuotata, ma ora grazie al suo piano di salvataggio le cose stanno andando di nuovo bene”, spiega. “Anche la riforma sanitaria”, continua, “non è il massimo, ma è pur sempre un primo passo per combattere le lobby ospedaliere”. Il figlio di Dennis ha trent’anni. Dopo essersi laureato in economia aziendale in Michigan si è trasferito a New York, dove ha provato a scrivere per Mtv. “La crisi però non l’ha aiutato, e ora è tornato a casa e mi aiuta a portare avanti l’azienda. Sta facendo un ottimo lavoro. Sua madre spinge perchè si sposi, ma lui non ci pensa neanche, non è nemmeno fidanzato”. Nel 2008 suo figlio ha fatto il volontario per la campagna di Obama in Colorado. “Era entusiasta, ha anche passato due giorni con Michelle. Non faceva altro che ripetere che persona fantastica fosse”, ricorda Dennis. “Parlavano di basket e di politica”. Dennis è sorridente, educato. Sua moglie è di Detroit, ma hanno lasciato la città vent’anni fa per trasferirsi a Gran Rapids. “Nel western Michigan è pieno di elettori repubblicani, quelli della destra estrema e religiosa”, afferma, “ma sono convinto che alla fine qua vincerà Obama. Sono solo il proprietario di una piccola azienda, ma per me è un presidente business friendly, molto più di questi repubblicani”.
Mr. Conservative
“Dove vai, in Italia?”, mi chiede Servet vedendomo uscire di casa con il trolley. È il portiere del palazzo, ha i capelli castani sempre ben pettinati, è montenegrino e qualche volta usa qualche parola d’italiano, ma niente di più impegnativo di ciao e signore. Ha anche una passione per le “europeans”, come le chiama lui, le sigarette europee che non esita a chiederci ogni volta che usciamo di casa. Effettivamente sono completamente diverse e ci ha spiegato che dipende dagli anelli di roba chimica inseriti nelle sigarette americane per farle spegnere. “Vado in giro per l’America”, gli rispondo, “a seguire i candidati repubblicani”. Servet mi guarda e si mette a ridere di gusto. “Coraggio”, mi dice sorridendo in modo compassionevole e salutandomi con la mano. Effettivamente in molti hanno questa reazione, soprattutto perchè un gruppo di candidati cosí duramente conservatori, socialmente e economicamente, non si vedevano da tempo. Guardando i dibattiti sembra che l’asse politico americano si sia inclinato pesantemente a destra. Ieri però sono stato a cena da un’amica che mi ha raccontato una storia molto bella, quella del senatore dell’Arizona Barry Goldwater, nato a Phoenix nel 1909 quando l’Arizona era ancora un territorio (sarebbe stata annessa all’unione solo tre anni più tardi) e morto nel 1998. Soprannominato Mr. Conservative, grande oppositore del New Deal rooseveltiano, la figura di Goldwater è stata fondamentale per la rinascita dei conservatori negli anni sessanta. Fu senatore dal 1953 al 1965 e poi di nuovo dal 1969 al 1987, anno in cui il suo seggio fu vinto da John McCain. Nel 1964 ottenne la nomination repubblicana per sfidare Lyndon B. Johnson alle elezioni presidenziali. Vinse le primarie repubblicane con una piattaforma di estrema destra, subendo poi a novembre una delle sconfitte più larghe di tutti i tempi. Quell’anno i repubblicani erano cosí sicuri di perdere che scelsero il candidato con i più puri valori conservatori, quello più di destra, che si opponeva al big government. La sua campagna elettorale fallí, ma i suoi ideali hanno ispirato generazioni di repubblicani e viene tuttora ritenuto il padre dei conservatori moderni. Alcuni credono che lo stesso fenomeno stia avvenendo ora con Rick Santorum. Mitt Romney non stuzzica l’entusiasmo degli elettori, non convince, viene ritenuto un liberal del Massachusetts. I repubblicani potrebbero perdere le elezioni, ma almeno vogliono perderle con il candidato più conservatore possibile. Rick Santorum.
Filed under viaggio
La pazienza e l’impegno
E alla fine PayPal mi è venuta incontro.
Quando mancano meno di tre giorni alla partenza, armato di pazienza e impegno, sto cominciando a risolvere gli ultimi problemi. Il primo biglietto l’ho comprato, il conto l’ho sbloccato. E ho pure trovato un letto per le prime due tappe. A Detroit sarò ospite di Michael, un avvocato cinquantenne e democratico. “Ti avviso”, mi ha scritto su Couchsurfing, “sabato serà ci sarà un concerto jazz a casa mia. Ovviamente sei invitato se ti va di venire”. E certo che mi va. Soprattutto mi interessa capire come si organizza un concerto jazz in casa. A Cleveland invece dormirò da Meghan, che ha 34 anni e nei weekend ha “lunghi turni al lavoro”. Potrebbe fare la barista, dalla foto ho visto solo spalle tatuate e un paio di occhiali neri. Non potevo cominciare meglio questo nuovo viaggio. Non-vedo-l’ora.
Filed under viaggio
Si ricomincia
Da quando ho smesso di fumare ho un sogno ricorrente. Sono con qualcuno che fuma e a un certo punto gli chiedo una sigaretta. La accendo e tiro una bella boccata. Sento il piacere di quella sigaretta, il sapore acre. Al secondo tiro mi ricordo che in realtà ho smesso, che non avrei dovuto fumarmela, ma arrivo lo stesso fino in fondo. Poi mi assale il senso di colpa per quella debolezza, senso di colpa con cui mi sveglio la mattina. Dopo un paio di minuti di torpore mi rendo conto però che è stato solo un sogno, io ne ricordo molto pochi, e sorrido scuotendo la testa. Mi succede regolarmente, al massimo ogni dieci giorni, nonostante siano passati dieci mesi da quando ho smesso lasciando un intero pacchetto di Marlboro rosse sul tavolino, senza mai più accendermi una sigaretta né sentirne la mancanza. Stanotte, per la prima volta, mi sono fatto dare la sigaretta, l’ho tenuta fra le mani per un tempo lunghissimo, forse un’ora. Ho accarezzato le vene della carta, ho tirato fuori qualche pelo di tabacco dalla punta, ho passato l’indice e il pollice su tutta la sigaretta, ma non l’ho accesa. Stamattina mi sono svegliato frastornato. Probabilmente più perchè avevo parecchie cose da fare, che per il sogno in sé. Innanzitutto da quando ho aperto la raccolta fondi ho ricevuto 3.000 euro e Paypal mi ha limitato il conto, ovvero non posso usare i soldi. Pensavano stessi riciclando soldi. Ho chiamato, ho mandato i documenti richiesti, ho attaccato al conto Paypal il mio conto italiano, ma nulla. Così oggi ho passato una mezz’ora al telefono con Pasquale, centralinista del centro d’assistenza, che era obbligato da Paypal a darmi del lei. La telefonata era registrata. Alla fine mi ha promesso che entro oggi pomeriggio mi avrebbe sbloccato il conto. Dopo di che sono andato su Kayak alla ricerca di un volo per Detroit. Spirit Airlines a 130 dollari e senza scalo mi sembrava un affarone, per lo meno considerando costo e assenza di scali. Il piccolo problema di cui mi sono accorto prenotando il biglietto è che fanno pagare anche il bagaglio a mano e il posto. Il biglietto arrivava a 190 dollari, io ho salutato lo schermo del computer con la mano e mi sono buttato su un più sicuro e affidabile (almeno credevo) US Airways a 155 dollari. Il loro piccolo problema invece è che il loro sito non funziona. Altre opzioni economiche però non c’erano e ho dovuto passare un’altra ora al telefono con il centro assistenza. A rispondermi è stata Corinna, che sono abbastanza sicuro avesse trent’anni e fosse afroamericana. E’ stata gentilissima, è anche entrata remotamente nel mio computer per provare a risolvere il problema, facendomi sentire un po’ osservato, ma non c’è stato verso. Così mi ha passato la biglietteria. Stavolta ho parlato con Gary, che invece credo fosse bianco e sulla cinquantina. Me lo sono immaginato anche con il capello biondo e corto, una polo blu e una discreta pancia. Un ex giocatore di football di liceo, diciamo. Gary ha faticato un po’ con lo spelling del mio nome, in sottofondo sentivo decine di altre voci che si sovrapponevano. Abbiamo prenotato insieme un volo con scalo a Washington. “Grazie per aver scelto US Airways”, mi ha detto alla fine. Scelta obbligata, ho pensato, ma ho evitato di dirlo. “Grazie per l’aiuto, è stato un piacere parlare con te”, gli ho risposto. Sabato mattina, alle 10, si ricomincia.
Filed under viaggio
Quattro giorni dopo, a New York
A New York è un inverno atipico. Sono dieci piacevoli gradi e il sole si riflette sui grattacieli tutto intorno a me. Sono al trentestimo piano di un palazzo sulla 5th avenue, in quello che una volta era il mio ufficio e in cui spesso vado a cercare ospitalità. Sembra di essere sospesi in aria, a cento metri da terra, e se ti stendi vicino alle grandi vetrate sembra quasi di volare. Quando cala la sera, in basso, molto in basso, vedi le luci delle auto, gialle sulla 52nd street e rosse sulla 53rd. Ognuna col suo senso di marcia. Sui marciapiedi di Midtwon ci sono fiumi di turisti, per lo più italiani, francesi e spagnoli, e uomini d’affari in moto perpetuo. Dalla strada ogni tanto salgono i clacson o le sirene di polizia e pompieri, per il resto qua dentro ci sono solo le voci della Cnn e il fitto rumore di tastiera prodotto da tutti i miei amici di America24. Ognuno ha il suo ritmo, la sua intensità e la sua delicatezza di battuta. Sono passati quattro giorni da quando ho scritto il mio ultimo post, chiedendo aiuto per continuare questo viaggio. Da lunedì a oggi mi è arrivato ogni tipo di sostegno, a parole ed economico, e ho raggiunto l’incredibile cifra di 2.800,5 euro, che tolte le commissioni mangiate da Paypal sono comunque 2.673,23 euro. A farmi più piacere, ovviamente, sono state le parole d’incoraggiamento ricevute via Twitter, Facebook, email o qua, su Kapipal. Tutti questi amici saranno poi ringraziati in una pagina apposita, alla fine della raccolta fondi. Il mio viaggio dunque riprenderà fra poco più di una settimana in Michigan, dove Santorum ha scavalcato nei sondaggi Romney, che perdendo nello Stato dove il padre fu un celebre governatore negli anni sessanta subirebbe un durissimo colpo. Ho sentito parlare di Detroit come una città fantasma, abbandonata dall’industria automobilistica e dagli abitanti. Un anno fa ho visto queste foto incredibili tratte dal libro The ruins of Detroit, che mi hanno incuriosito. Proprio mentre i candidati repubblicani a caccia di consensi vendono nostalgia, come spiegava oggi Politico, ricordando i bei tempi del boom automobilistico e del padre governatore di uno stato prosperoso (Romney) o rammentando le umili origine operaie (Santorum), l’industria dell’auto capitanata da General Motors ha riportato però ottimi risultati trimestrali e annuali. La settimana prossima andrò finalmente a vedere di persona come stanno le cose.
Filed under new york



